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I grandi delitti della Capitale

Il ciabattino che uccise la nipote suggestionato dal caso Orlandi

Paola Vuolo, firma della “nera” del Messaggero, riscrive per noi, nell'estate del Covid, i grandi delitti della Capitale. “Storie di Nera” - Capitolo 3

2 luglio 2020 11:55
Il ciabattino che uccise la nipote suggestionato dal caso Orlandi

Alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso Mario Pendinelli, allora direttore del Messaggero, affidò a Vincenzo Cerami, uno dei più grandi scrittori contemporanei, nonchè sceneggiatore di Fellini e di Benigni, il racconto dei grandi delitti avvenuti nella capitale nei decenni precedenti. E Vincenzo, con umiltà e passione (tra l’altro, divenne prima praticante e poi giornalista professionista frequentando via del Tritone), li riscrisse e li fece rivivere ai lettori.

 

Nel nostro piccolo, The Italian Times ha deciso di raccontare per questa estate strana, con il virus ancora in agguato e non del tutto individuato nè dai carabinieri e nemmeno dai medici legali e dalla polizia scientifica tra i tanti germi sospetti, i delitti dell’epoca post Cerami. E lo ha fatto chiedendo di riscriverli a chi li ha raccontati in diretta per una vita, cioè a Paola Vuolo, cronista per vocazione e passione poichè la “nera” nel giornalismo dell’era predigitale era la scuola del mestiere giornalistico più puro, della vita senza mediazioni, dei particolari tanto accurati quanto ben scritti, della foto da strappare ai parenti in lacrime. Dal gigantesco stanzone della cronaca al secondo piano dello storico palazzo del Messaggero si muoveva la squadra e partiva la macchina del giornale, con a bordo giornalista e fotografo: a turno con Paola, Rino Barillari il king dei paparazzi, Ermando Di Quinzio, vincitore del premio per la migliore foto dei Mondiali degli anni ’90, Alberto Bandinelli, Ugo Collini, Mario D’Ilio e Ettore D’Aco, e tornavano a qualsiasi ora ma in tempo per l’ultima edizione, con la storia, il contesto, le foto, il mistero che avrebbe appassionato per mesi i lettori e oliato le copie. Paola ha da poco lasciato il Messaggero. (Ade)

 

 

Il lato oscuro della quotidianità

«Cosa mi vuoi fare?» Chiese Stefania allo zio.
«Niente, non pensarci», sibilò l’uomo.

Sopraffatta dal pianto e dalla paura la ragazza si addormentò sulla poltrona. Lo zio le appoggiò la bocca della Browning 7,65 sulla tempia e fece fuoco. Quella notte del 20 ottobre 1984 il cielo era nero. Fuori diluviava, una pioggia fredda come i pensieri e il cuore di Mario Squillaro. Nel grigio appartamento di via Sessoriana, a Porta Maggiore, l’uomo, 51 anni, guardava il mondo in cagnesco attraverso la finestra. Ogni tanto si rigirava a gettare un’occhiata al cadavere della ragazzina abbandonato sulla vecchia poltrona, dalla porta aperta che dava nella sua bottega da calzolaio arrivava l’odore pungente del cuoio e della colla. Mario un tempo aveva portato la divisa di autista, per anni aveva guidato lussuose automobili di uomini ricchi e potenti. Ora se ne stava chiuso nella piccola casa con la testa piena di pensieri immaginando un altro futuro. Quel grilletto che aveva premuto avrebbe rivoluzionato la sua vita, la morte di Stefania Bini,16 anni, sua nipote, stava per farlo diventare finalmente un uomo ricco. Aveva studiato un piano che, secondo lui, era perfetto. All’inizio non era un vero piano, più un sogno sinistro alimentato dal clamore che aveva suscitato un anno prima il rapimento di Emanuela Orlandi, figlia di un commesso del Vaticano. Giornali e televisioni parlavano di Lupi grigi, turchi cattivissimi, e richieste di riscatti miliardari. Il padre di Stefania non era ricco, aveva un negozio di alimentari, Mario però sapeva che si era messo dei soldi da parte.

 

Nella sua testa, durante le interminabili ore passate con la schiena curva ad incollare suole, si delineò un fantastico progetto. Un rapimento tipo Orlandi, ma di serie B, casareccio, fatto alla meglio. Stefania lui l’aveva tenuta tra le braccia quando era piccola. Mario era stato il marito della sorella della madre della ragazzina. Poi si erano separati. Mario aveva continuato a vedere Stefania, perché era amica di sua figlia. Le cugine si frequentavano ogni volta che potevano. Giorno dopo giorno, cucendo scarpe e battendo chiodini, Mario aveva meditato di uccidere Stefania e chiedere il riscatto. In quei giorni viveva da solo in casa, la convivente era andata a trovare i genitori in un’altra città. Era il momento migliore per mettere in atto il sequestro.

Quel sabato mattina Mario aspettò che la nipote uscisse di casa per andare a scuola, se ne stava seduto nel suo furgoncino studiando ogni parola che avrebbe detto. Alla fine la vide, la chiamò dal finestrino, lei gli andò incontro.

«Ciao piccola sono passato a prenderti, ti porto a casa mia, tua cugina vuole vederti». A casa Stefania scoprì che la cugina non c’era . «Arriverà tra poco», disse il ciabattino, «puoi aspettarla nel retrobottega». Gliela lesse negli occhi la cattiveria. «Zio devo andare, è tardi». Mario l’afferrò per un braccio e la scaraventò sulla poltrona.

«Cosa mi vuoi fare?»
«Niente, non pensarci».

 

Era ormai notte, Stefania si addormentò tra i singhiozzi accovacciata come un cucciolo su quella poltrona. Il cielo prese a tuonare, la luce dei lampi illuminava a tratti il retrobottega. Mario tirò fuori la pistola nascosta sotto a una pila di scarpe e prese la mira. Aspettò la scarica di tuoni e tirò il grilletto. Nessuno nel palazzo sentì il rumore dello sparo. L’assassino si accese una sigaretta dopo l’altra, mentre il sangue della vittima colava dalla tempia sul bracciolo della poltrona. Doveva disfarsi del cadavere. Aprì un baule, lo svuotò dei barattoli della colla e sollevò il corpo di Stefania. Il sangue finì sul pavimento. Mario la mise nel baule e richiuse per bene. Poi con la stessa metodica calma con cui risuolava le scarpe cancellò ogni traccia di sangue, spostò il letto matrimoniale e prese vanga e piccone. Fece saltare le mattonelle dal pavimento, scavò una fossa lunga e larga quanto il baule. Finito il lavoro, con il nastro da imballaggio sigillò la cassa e la calò nella buca. Ricoprì tutto con il cemento, poi incollò una moquette sopra ogni cosa. Sapeva cavarsela, in passato aveva fatto anche il muratore e costruito una villetta. Rimise il letto al suo posto sopra la moquette, che stava sopra il cemento, che stava sopra il baule. Poi si accorse che erano passati tre giorni. La convivente tornò, i due fecero l’amore e si addormentarono sopra la tomba di Stefania. La mattina dopo il ciabattino si svegliò con la bocca secca. «Ho ucciso Stefania, diventeremo ricchi», disse alla sua donna. Le disse del riscatto e di quanti soldi avrebbero preso.

«Dove hai nascosto il corpo?» domandò.
Il ciabattino le fece segno di scendere dal letto, i due si accovacciarono sotto la rete, le mostrò la moquette. Anche quella notte e tutte le altre che seguirono, Mario Squillaro e la sua donna, su quella tomba dormirono.

Per la famiglia Bini i giorni passavano uno più angoscioso dell’altro. Nessun segno da parte di nessuno. Ma ecco che dopo 43 giorni dalla sua scomparsa il postino recapitò una lettera. “Stefania è viva”, c’era scritto, "preparate seicento milioni, potete pagarli in tre rate".

«Che strano», disse il capo della squadra mobile, «mai visto rapitori che chiedono il riscatto a rate». E si lisciò i baffi come faceva sempre quando qualcosa non lo convinceva. Il messaggio era stato scritto con lettere ritagliate da un giornale incollate una vicino all’altra e gli errori di ortografia somigliavano incredibilmente a quelli dei comunicati Turkesh, l’organizzazione che rivendicava il rapimento di Emanuela Orlandi e che i giornali avevano pubblicato. L’ultimo messaggio era scritto da Stefania.
«E’ una montatura», conclusero gli esperti della scientifica. Le lettere erano state incollate sulla pagina di un diario scolastico e la firma di Stefania era stata fotocopiata. Questo per la polizia significava una cosa sola, Stefania era morta. Due giorni dopo Mario Squillaro andò a casa della famiglia Bini, disse che era stato contattato dai rapitori che evidentemente sapevano della loro parentela. 

 

Il suo piano era diventato ancora più pazzesco. Si inventò che i sequestratori di Stefania volevano che lui andasse ad Ankara per trattare. La madre della ragazzina consegnò sei milioni nelle mani dell’ex cognato che si fingeva in partenza per la Turchia. Nelle ore successive i genitori di Stefania decisero di vendere tutto quello che avevano per pagare il riscatto, e si rammaricarono per le liti che in passato avevano avuto con il ciabattino.
Chi diffidava di quell’ex parente ,che si dava tanto da fare era il capo della Mobile, che quando parlava di lui con i signori Bini, non poteva fare a meno di lisciarsi i baffi. Ordinò ai suoi uomini di controllarlo.

Qualche giorno dopo Mario, di ritorno dal finto viaggio ad Ankara, disse ai genitori che i turchi volevano altri 40 milioni subito, o avrebbero venduto Stefania a uno sceicco. I due si abbracciarono piangendo, anche l’assassino pianse con loro. Si diedero appuntamento in un locale di via Veneto. La sera fissata per la consegna dei soldi , fuori dal locale c’era anche la polizia. Mario intascò i milioni, ma appena fuori dal locale venne fermato dagli agenti. Ore dopo, in un ufficio della questura, Mario fissava un punto della parete bianca ripetendo sempre la stessa risposta, «non so nulla della ragazza». Evitava di guardare negli occhi il capo della Mobile e si rassicurava pensando che contro di lui non c’erano prove.
«Ricominciamo daccapo», insistette il poliziotto, «chi erano questi turchi che l’hanno contattata?».
«Non li ho mai visti in faccia».
«Buon per lei, altrimenti sarebbe morto. Ha rischiato la vita per una ragazzina, un bel coraggio».
«Volevo bene a Stefania».

«Perché ne parla al passato?». Lo incalzò il capo della Mobile.
Squillaro tentò un’ultima carta. Confessò di avere fatto sciacallaggio e ispirato dal rapimento di Emanuela Orlandi aveva cercato di estorcere soldi alla sua famiglia di un tempo. Era stata solo una truffa. Ammise anche di avere inviato lui le lettere.
«Di quali lettere parla?». Disse il capo della Mobile. Squillaro si era tradito. «Come quali lettere?». Rispose il ciabattino, «quelle del diario di Stefania».
«E lei come faceva ad avere il diario di sua nipote?». Domandò il poliziotto.
Era passata mezzanotte, il ciabattino davanti a questa domanda crollò.
Per recuperare il corpo di Stefania dalla bara di cemento i poliziotti dovettero usare i martelli pneumatici. Il baule era incastrato, gli agenti prepararono un cappio con una corda, lo fecero scivolare intorno al torace del cadavere e strinsero. Il corpo della ragazzina saliva oscillando, stretto dal cappio pareva sbriciolarsi, lo fecero scivolare sul pavimento, tra la polvere dello scavo.
Durante uno dei tanti interrogatori Squillaro disse: «Fino alla notte in cui si scatenò il temporale non sapevo se l’avrei fatto davvero. Le ho sparato mentre dormiva, non ha sofferto».

 

Mario Squillaro fu condannato all’ergastolo. La sua donna ebbe otto anni.
In aula, dopo la lettura della sentenza il ciabattino disse, «è giusto».

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