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I grandi delitti della Capitale

Elvino Gargiulo e le ossa dell’orto degli orrori nella Roma anni ‘90

Paola Vuolo, firma della “nera” del Messaggero, riscrive per noi, nell’estate del Covid, i grandi delitti della Capitale. “Storie di Nera” - Capitolo 1

11 giugno 2020 11:45
Elvino Gargiulo e le ossa dell’orto degli orrori nella Roma anni ‘90

Alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso Mario Pendinelli, allora direttore del Messaggero, affidò a Vincenzo Cerami, uno dei più grandi scrittori contemporanei, nonchè sceneggiatore di Fellini e di Benigni, il racconto dei grandi delitti avvenuti nella capitale nei decenni precedenti. E Vincenzo, con umiltà e passione (tra l’altro, divenne prima praticante e poi giornalista professionista frequentando via del Tritone), li riscrisse e li fece rivivere ai lettori.

 

Nel nostro piccolo, The Italian Times ha deciso di raccontare per questa estate strana, con il virus ancora in agguato e non del tutto individuato nè dai carabinieri e nemmeno dai medici legali e dalla polizia scientifica tra i tanti germi sospetti, i delitti dell’epoca post Cerami. E lo ha fatto chiedendo di riscriverli a chi li ha raccontati in diretta per una vita, cioè a Paola Vuolo, cronista per vocazione e passione poichè la “nera” nel giornalismo dell’era predigitale era la scuola del mestiere giornalistico più puro, della vita senza mediazioni, dei particolari tanto accurati quanto ben scritti, della foto da strappare ai parenti in lacrime. Dal gigantesco stanzone della cronaca al secondo piano dello storico palazzo del Messaggero si muoveva la squadra e partiva la macchina del giornale, con a bordo giornalista e fotografo: a turno con Paola, Rino Barillari il king dei paparazzi, Ermando Di Quinzio, vincitore del premio per la migliore foto dei Mondiali degli anni ’90, Alberto Bandinelli, Ugo Collini, Mario D’Ilio e Ettore D’Aco, e tornavano a qualsiasi ora ma in tempo per l’ultima edizione, con la storia, il contesto, le foto, il mistero che avrebbe appassionato per mesi i lettori e oliato le copie. Paola ha da poco lasciato il Messaggero. (Ade)

 

 

Il lato oscuro della quotidianità

Arrivarono insieme al vento freddo di quella mattina di dicembre del 1994, i carabinieri varcarono il cancello in ferro di via Demetriade 10 e passarono nel giardino incolto sotto il nespolo che aspettava il caldo per fiorire. Sulla porta della catapecchia costruita all’estremità dell’orto un uomo li guardava venire avanti. Era vecchio, piccolo, sporco e con la barba di giorni. Si muoveva con impacciata ferocia tra il pozzo e la latrina. “Il signor Elvino Gargiulo?” domandò il capitano. “Cosa volete?” rispose l’uomo tirandosi su la lampo.  “Abbiamo qualche domanda da farle su un ragazzo scomparso da circa un mese, si chiama Luca Amorese, ha 14 anni e sappiamo che lo conosce”.

«Chi?»

«Luca Amorese, la vespa del ragazzo è dietro casa sua».

«Ah! Ma vuie cercate Pelè, sì ca lo conosco, ogni tanto  gli do un po’ di soldi in cambio di qualche lavoretto. Mi ha venduto la vespa per 300.000 lire,  ha detto che partiva, l’ho visto salire su una macchina scura, elegante, guidava uno ca qui non s’era mai visto prima». Una vita intera vissuta altrove, non avevano cancellato ad Elvino Gargiulo quell’intercalare del sud, dove era nato.

«Le serviva una vespa?»

«Faccio il rigattiere, comprare e rivendere è il mio mestiere».

Dall’interno della baracca uscì un ragazzo dall’aria stralunata e lo sguardo ebete.

«Mio figlio, Mario», si affrettò a spiegare Elvino. «E’ un poco scemo, dopo l’incidente gli hanno messo una placca in testa e da allora…» Il padre lanciò un’occhiata sbieca al figlio, che non sfuggì al capitano. Si avvicinò al giovane, «cerchiamo Luca Amorese, o Pelè come lo chiamate voi». Mario abbassò la testa, «Boh».  Il capitano scorse la paura nel suo sguardo, forse quel ragazzo un poco scemo li avrebbe portati alla verità, ma ci voleva un piano e molta pazienza.

 

Luca Amorese, detto il Pelè del Quadraro  per via della sua passione per il pallone, era sparito un pomeriggio dopo la scuola. Il padre Vincenzo e la madre Rossana, un’emigrata capoverdiana lo avevano  cercato ovunque, chiedendo informazioni ad amici e compagni di scuola del figlio, ragazzini che come Luca crescevano troppo in fretta e senza speranze, tra  i resti archeologici e le case abusive di quelle strade della periferia romana. Poi qualcuno parlò del rigattiere, fu un compagno di Luca a denunciarlo. Disse ai carabinieri che andavano nella baracca del «nonno» perché lui li pagava. «Ci fa spogliare e guarda mentre ci laviamo per 10.000 lire, sono 30 quando facciamo sesso in tre, a volte partecipa anche il figlio, Mario. Una volta Luca gli ha  rubato dei soldi, sette milioni, si è comprato una vespa e un giubbotto, lui si è arrabbiato moltissimo». Tutto questo pochi giorni prima della sua scomparsa.

 

 

Il vecchio era stato già in galera perché aveva violentato sua figlia. La prima volta che accadde la ragazza aveva 16 anni, Elvino perlustrava il parco della Caffarella in cerca di pezzi di ferro e rottami da rimettere a posto e rivendere. Si imbattè in una coppia che se la stava spassando, restò a guardare da dietro  un albero e riconobbe sua figlia. Urlò, il giovane saltò in piedi e se la filò con i calzoni in mano. L’uomo cominciò a picchiare la ragazza con il bastone che si portava dietro, lei lo afferrò, lui perse l’equilibrio. Finirono tutti e due gambe all’aria tra le foglie. L’aria si fece elettrica. Subito dopo Elvino si rese conto di avere i jeans abbassati fino alle ginocchia. La figlia piangeva. «Vaffanculo» le disse «è tutta colpa tua, meno male che tua madre è morta, si è risparmiata questo dolore». Da allora il rigattiere prese a trascinare la figlia fuori dalla baracca tutte le sere, la portava dietro al nespolo  e si abbassava i jeans. Poi si allontanava goffo come un orso e preparava la cena. Topi arrosto. Pantegane che lui stesso catturava nel parco, le uccideva a bastonate e le metteva in un sacco. Accendeva un bel fuoco nel giardino e quando il carbone diventava brace vi buttava sopra i topi morti. «Mangia bella di papà, ca chistu è un pranzetto prelibato, poi ti faccio bere la champagna». Chissà come, Elvino si era procurato delle bottiglie di champagne e con quelle accompagnava le cenette a base di ratti .

 

Mario allora non viveva in via Demetriade, il ragazzo stava con una specie di zia, il padre se lo era venduto per 10.000 lire. Quando la sorella scappò di casa lui tornò. Aveva già subito l’intervento alla testa. A Mario piacevano i ragazzi, anche questo aveva scoperto il capitano dei carabinieri, e gli mise alle costole un maresciallo. Mario si sentiva lusingato, il maresciallo gli piaceva, un giorno che Elvino non c’era lo invitò nella baracca. Questa casa aveva due stanze, ognuna con una finestra, guardando fuori si vedeva il muro coperto di erbacce il nespolo e il pozzo. Mario voleva fare bella figura, spazzò il pavimento con un pezzo di cartone, spinse da parte i vecchi giornali e la cacca rinseccolita dei gatti randagi. Chiuse le finestre e preparò  la macchinetta del caffè sul fornelletto da campeggio. Il maresciallo arrivò con un vassoio di pasticcini, e mentre Mario gli girava le spalle aspettando che uscisse il caffè, lui piazzò un paio di cimici.  

«Vivi qui da solo?»

«Con mio padre. Prima c’erano anche Luigina e Valentina, ma sono morte».

Il maresciallo sobbalzò.

«Chi erano?»

«Nonna e nipote, erano vicine di casa, poi si sono quasi trasferite da noi».

«Come sono morte?»

«Le abbiamo ammazzate».

Il maresciallo dovette sforzarsi per restare impassibile.

 

 

«Pure Pelè avete ammazzato?»

«Non so nulla di Pelè».

«Perché avete ucciso la nonna e la nipotina?»

«La vecchia voleva dire a mio padre che mi piacevano i ragazzi, e Valentina voleva andare dai carabinieri». Disse, e mise il broncio come fanno i bambini perché il maresciallo non sembrava più interessato a lui.

Luigina Giumento, 56 anni, venditrice di oggetti in vimini e prostituta, era scomparsa nel ’91 insieme alla nipotina Valentina Paladini, 10 anni. La nonna era l’unica famiglia della bambina, la madre e il padre l’avevano abbandonata. Erano andate ad abitare per lunghi periodi in via Demetriade 10 e qui si erano perse le loro tracce.

«Ti piacerebbe toccarmi?» Aveva detto Luigina a Mario la notte che la uccise.

«Sei vecchia e brutta, chiudi la bocca». Aveva risposto il ragazzo.

«No che non la chiudo, dirò a tuo padre che non sei un vero uomo, sei matto e frocio».

«Vattene». Ma Luigina seduta ai piedi del lettino aveva allargato le gambe. «Dammi due milioni, e  starò zitta con tuo padre». Mario era rimasto a guardarla per un po’, poi le aveva stretto le mani intorno al collo, così forte da toglierle il respiro. Seduto accanto al cadavere Mario aveva aspettato il ritorno del padre.

«La gettiamo nel pozzo» aveva detto il vecchio.

L’urlo improvviso di Valentina li aveva raggelati. La bambina era entrata nella baracca senza che i due se ne accorgessero, fissava il cadavere della nonna come inebetita.

«Vi denuncio ai carabinieri».

«Va bene, se è questo che vuoi andremo insieme dai carabinieri». Aveva detto Elvino uscendo in giardino. Dal pozzo poteva vedere l’interno della baracca attraverso la finestra, Valentina era piegata sulla nonna, che sembrava guardarla dal fondo del letto, Mario fissava entrambe. Elvino era rientrato silenzioso come un gatto armato di bastone, la ragazzina gli dava le spalle, il vecchio la colpì alla testa. Valentina era stesa sul pavimento ma non era morta. Si muoveva. Sembrava che cercasse di rialzarsi, Elvino la colpì di nuovo alla nuca. «Muori le disse». E lei morì. Il figlio idiota lo osservava in silenzio. «Muoviti coglione, dobbiamo farle sparire».

 

Il tempo stava cambiando, le notti si erano intiepidite. Sotto il cielo stellato di giugno, nel giardino malandato, Mario aiutava Elvino a trasportare il cadavere di Luigina e si chiedeva di cosa fosse fatta la luna, e di cosa era fatto lui. La trascinarono tra le erbacce, il vecchio bestemmiava il corpo della donna era freddo e rigido, raggiunsero il pozzo, Mario si inginocchiò, si aggiustò il cadavere sulle spalle e si rimise in piedi, guardò giù nel pozzo, si chinò e lasciò scivolare il corpo dalle spalle. Luigina volò sul fondo della fossa. Elvino era tornato in casa per prendere Valentina, la portava in braccio, la sua testa ballonzolava inerte, il sangue le colava dal collo e aveva perso le scarpe. Il vecchio ansimava, quando fu sull’orlo del pozzo la scaraventò addosso all’altro cadavere. Lui ed Elvino rientrarono di corsa, raccolsero gli oggetti delle morte e li buttarono nel pozzo, Elvino prese dei fogli di giornali e li inzuppò di benzina prima di lanciarli in quella che era diventata la bara di Luigina e  Valentina, Mario aveva acceso una candela e con quella appiccò il fuoco.  Padre e figlio si affacciarono all’orlo del pozzo per guardare il rogo, ma il fumo li investì.  Si allontanarono e restarono a guardare le fiamme seduti sotto al nespolo, finché il fuoco non si spense.

 

«Andiamo ad arrestarli, sappiamo abbastanza », disse il capitano dei carabinieri  al maresciallo, dopo avere ascoltato la confessione di Mario.  Da quella notte erano passati  anni, ma gli investigatori erano certi di trovare ancora tracce della donna e della ragazzina, e  pure di Luca Amorese. Durante una conversazione intercettata, Elvino aveva detto a Mario che bisognava cacciare dalla terra il corpo di Pelè. Quella mattina la porta della baracca si aprì e la stanza si riempì di uomini in divisa, circondarono i letti di Elvino e di suo figlio, i due erano già svegli. Il vecchio si tirò su a fatica e li guardò, sentì una fitta al cuore.

«Elvino Gargiulo», disse il capitano, «sei in arresto insieme a  tuo figlio per l’omicidio di Luigina Giumento, della nipote Valentina e del piccolo Luca Amorese.  Se ci dici subito dove sono i corpi sarà molto meglio per  te».

«Io non so niente di nessun corpo».

«Sì che lo sai, hai ammazzato tre persone, tuo figlio ha già confessato».

«Lo sanno tutti che Mario è scemo. Io lo perdono».

Mario era già fuori, due carabinieri lo avevano fatto salire in macchina per portarlo in prigione.

«Sono innocente». Il capitano fisso l’uomo in silenzio. Poi disse: «Alzati».

«Dove mi portate?». Chiese Elvino.

«Lo saprai quando arriviamo» rispose il capitano.

 

 

Elvino mangiava, fissava il muro, stava chiuso in quella cella da un giorno, poi arrivarono l’avvocato e il magistrato per l’interrogatorio di garanzia. Qualche giorno dopo la ruspa fece il suo ingresso nel giardino di via Demetriade, i carabinieri chiusero il cancello e la benna incominciò a scavare. «Non troverete niente», ripeteva Elvino. Ma un pomeriggio di inizio estate il giardino, ribattezzato dagli investigatori, «l’orto degli orrori », svelò i suoi terribili segreti. Dalla terra arida spuntarono mucchietti di ossa, vestiti di bambina, orecchini, scarpette e due coperte. Le analisi delle ossa rivelarono che erano di una donna sui cinquant’anni. Elvino Gargiulo e suo figlio Mario furono c a.14 e 16 anni per gli omicidi di Luigina Giumento e della piccola Valentina. Di Pele’ non fu mai trovata nessuna traccia. Elvino Gargiulo è morto in carcere nel 2005. Aveva 78 anni.

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