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La testimonianza

Terremoto in Irpinia, la frase di mia madre: «Non è rimasto niente»

23 novembre 1980: sono trascorsi 40 anni dal terremoto che rase al suolo interi comuni dell'Irpinia. La ricostruzione è quasi terminata, il dolore resta

23 novembre 2020 08:54
Terremoto in Irpinia, la frase di mia madre: «Non è rimasto niente»

Quarant’anni fa, alle19.34, del 23 novembre 1980, un sisma di magnitudo 6.9 (decimo grado della scala Mercalli) colpì la Campania e la Basilicata. Per un minuto e mezzo la terra tremò, novanta interminabili secondi di morte e distruzione. Poi fu solo vuoto, silenzio e macerie.

Quel giorno era una domenica, a Balvano, un paesino della provincia di Potenza il crollo del soffitto della Chiesa Madre aveva sepolto un’intera generazione, 66 persone, la maggior parte erano bambini. 

 

Ore dopo, papa Wojtyla, pregava con i sopravvissuti davanti a quelle macerie che nascondevano i morti. La tragedia di Balvano diventò il simbolo della devastazione, ma il sisma aveva colpito 679 comuni in un’area di 17mila chilometri quadrati, che comprendeva le province di Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Salerno e Foggia. Il bilancio finale del disastro fu spaventoso, quasi 3000 morti, 280mila sfollati e 8.848 feriti. 

 

Intere zone rimasero isolate, senz’acqua, niente corrente e con le linee telefoniche saltate. Soltanto il giorno dopo  gli operatori degli elicotteri che sorvolarono le aree colpite si resero conto che interi comuni erano stati completamente rasi al suolo,  Alberto Moravia li descrisse come «nidi di vespe sfondati». 

 

Dei paesi non era rimasto quasi più nulla, uomini donne e bambini con la morte negli occhi e nel cuore si aggiravano come fantasmi tra quei mucchi di pietre che erano state le loro case, le loro scuole, le loro Chiese, la loro vita. Si scavava a mani nude, cercando persone ancora vive sotto le  macerie, le piazze e le strade divennero cimiteri a cielo aperto. I soccorsi arrivarono tardi (fu dopo il terremoto dell’80 che venne istituita la Protezione Civile), l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, due giorni dopo il sisma, si recò  nelle zone colpite, denunciando i ritardi degli aiuti. “Non vi sono stati soccorsi immediati – disse il presidente - ancora dalle macerie si levano grida di disperazione di sepolti vivi.” Il discorso di Pertini mobilitò l’Italia. Il 26 novembre il quotidiano di Napoli Il Mattino titolò in prima pagina “FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla“

 

Nei giorni successivi si continuò a scavare, a cercare gente sepolta viva e recuperare corpi, cominciarono le corse disperate verso gli ospedali e le gare di solidarietà. Ma con la solidarietà arrivò anche il malaffare. Il post terremoto è stato un groviglio di scandali e denunce, di decine di inchieste giudiziarie sulla fine che avevano fatto buona parte degli oltre 50 miliardi di lire stanziati dallo Stato per la ricostruzione, e per aiutare le industrie.  Vi fu anche un’inchiesta del filone “Mani pulite”. Oggi in quei territori la ricostruzione è quasi completata, ma questa data restituisce inevitabilmente ricordi dolorosi.  

 

Sono nata a Gesualdo, un paesino in provincia di Avellino, nel cuore dell’Irpinia. Il 23 novembre 1980 mi trovavo a Napoli, nella mia casa al Vomero, ricordo la paura che ho provato, l’angoscia di non potere parlare con la mia famiglia. Per un’intera notte non ho saputo se mio padre, mia madre, i miei fratelli, i miei parenti, i miei amici erano ancora vivi. Il giorno dopo sono riuscita miracolosamente a mettermi in contatto con mia madre, al telefono piangeva mi disse solo: “Paola, a Gesualdo non c’è rimasto più niente”.

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