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Salari, razzismo: da Boohoo a Brooks Bros nella moda si moltiplicano

La moda sfrutta dappertutto terzisti e minori ma ci scandalizziamo se avviene in Inghilterra. E nessuno mai chiede scusa, i modi per uscirne ci sono.

15 luglio 2020 20:41
Salari, razzismo: da Boohoo a Brooks Bros nella moda si moltiplicano

Uno legge dei lavoratori dei capi del brand di fast fashion Boohoo pagati quattro sterline all’ora, meno della metà del salario minimo, e si dice che non è possibile che l’Inghilterra sia sempre ferma ai tempi di Charles Dickens, agli slum e alle cattive condizioni sanitarie. Siamo ancora alla “Casa desolata” delle nostre letture liceali e non possiamo crederci. Non riusciamo proprio a immaginare che nel 2020 le condizioni dei lavoratori del tessile abbigliamento in Inghilterra (nello specifico, di Leicester) siano cambiate di così poco rispetto al luglio del 1849 in cui una delegazione di abitanti della famigerata parrocchia di St Giles in the Fields, alle spalle di Oxford Street, scriveva a “the editur of the Times Paper” una lettera teneramente sgrammaticata per denunciare le atroci condizioni di vita del quartiere (“Dio ci salvi se dovesse esserci un’epidemia di colera”) e lo sfruttamento del lavoro minorile. 

 

L’inchiesta del Sunday Times che ha scoperchiato il verminaio ha fatto il giro del mondo, provocando, temiamo, più rumore di quanto sarebbe accaduto se un episodio similare si fosse verificato altrove per il semplice fatto che si tratta, appunto, dell’Inghilterra. Nella nostra infinita ipocrisia, ci scandalizziamo diversamente se chi è stato pagato pochi centesimi di euro per realizzare il capo di fast fashion che stiamo acquistando (perché tutti ormai sappiamo, a meno di non essere idioti o in malafede, che quel che a noi costa pochissimo a qualcun altro – pianeta compreso – costa moltissimo, giusto?) lavora in Bangladesh o in Vietnam oppure oltre la Manica, nel nostro “primo mondo” civilizzato e costruito sul pensiero illuminista.

 

Dunque, come già molti altri prima di loro e anche certi brand italiani che qualche anno fa “scoprirono” con grande sconcerto apparente che certi loro terzisti pagavano le pantalonaie pugliesi un euro all’ora, anche i vertici di Boohoo hanno inscenato la pubblica commedia del come mai e del chissà perché, ringraziando anzi molto i giornalisti che li hanno messi di fronte a un problema così grave, a una violazione così evidente del Modern Slavery Act, la legge contro lo sfruttamento o, per essere precisi, lo schiavismo, e al consueto bla bla che viene diffuso in questi momenti che, in caso non lo sapeste, hanno gente specializzata ad occuparsene e un nome specifico, crisis management (e questa è senza dubbio una crisi: in poche ore le azioni del brand hanno perso il 40 per cento, bruciando 2 miliardi di sterline di capitalizzazione).

 

La moda dei tempi attuali è una cosa sporchina, ve ne sarete accorti: è il secondo fattore inquinante del pianeta; sfrutta il lavoro fin dalla nascita del suo modello industriale, cioè proprio dall’Inghilterra di Dickens che filava e tesseva il cotone raccolto dagli schiavi degli stati confederati.

 

Se doveste vestirvi alla moda secondo gli stessi metodi etico-sostenibili che usava Isabella d’Este, state sicuri che vi vestireste di stracci come i suoi contemporanei e che le multinazionali della moda sarebbero meno ricche o non esisterebbero proprio. Nei vari passaggi dalle vesti di broccato tessute a mano nel Cinquecento ai nostri abiti da sera di seta hanno guadagnato i due estremi della catena, cioè noi che ci vestiamo “griffato” a prezzi tutto sommato accessibili, e gli azionisti delle multinazionali. Quel che accade in mezzo, cioè alla catena stessa, cioè la filiera, entrambi abbiamo preferito a lungo non saperlo. Ma da qualche anno a questa parte, qualche cosa è cambiato, soprattutto fra i clienti più giovani; etica e rispetto sono parole che ricorrono non solo di costante nel loro vocabolario, ma che orientano in misura sempre più significativa i loro acquisti. Boohoo ha avuto la sventura, se così si può definire una reazione che avrebbe potuto benissimo evitare tenendo aperti gli occhi e il portafoglio, di affidarsi a terzisti che lavorano in fabbriche decrepite e sovraffollate, in una città economicamente e socialmente depressa e dove non a caso il governo inglese ha dovuto applicare un nuovo lockdown contro la diffusione del coronavirus, mentre il resto del paese ne sta uscendo (Dio ci salvi se arriva il colera, no?). 

 

Però, non solo per Boohoo ma per molti ora è arrivato il momento di chiedere scusa. Talvolta fin troppo, e troppo immediatamente: si viene pescati con le mani nella marmellata, ed ecco che parte il ritornello dolente delle scuse, del non sapevo e del non volevo. Negli ultimi due anni, nella moda le scuse sono diventate una costante, in particolare per due filoni di “offese”: culturali e salariali o, per meglio dire, operative. Paradossalmente, le seconde sono più facili da gestire delle prime. Per esempio, Adidas si è scusata per non aver pagato l’affitto di aprile nei propri negozi europei (specialmente in Germania, si trovò addosso il governo) e ha provveduto al saldo. Fine della storia, con strascichi minimi. Il dramma, di questi tempi, si chiama razzismo, appropriazione culturale, insensibilità per le minoranze, e quasi tutti i brandi, da Gucci a Prada, ne hanno pagato le spese. I consumatori, in genere, si sentono legati a brand specifici, tendono a sposarne i “valori”, e dunque a considerare intollerabile un tradimento, presunto o meno, degli stessi. Inoltre, e di nuovo per assurdo, un’immagine ipoteticamente razzista è più facile da capire di certe complicate questioni di filiera, dovesse pure riguardare gruppi etnici svantaggiati o prevedere abusi di qualunque genere. 

 

Per assurdo, ci offende più l’immagine di un indiano che regge l’ombrello a una donna bianca (citiamo una campagna che ultimamente in Pakisthan ha creato sconcerto e rabbia) rispetto a una donna indiana che lavora per pochi centesimi in una fabbrica a rischio di crollo. Dunque? Dunque le reazioni vanno commisurate, dicono gli esperti e vi diciamo anche noi dopo averne viste e lette a decine, al tipo di offesa e anche alla sua durata temporale. Ha fatto bene Gucci a investire milioni di euro in un fondo per la promozione dei talenti in tutto il mondo, e Prada a istituire un Diversity e Inclusion Committee. Ma si tratta di casi attuali. Hugo Boss ammise di aver fabbricato divise naziste nel 1997 e si scusò dieci anni dopo. Chanel non ha mai ammesso, e nemmeno si è mai scusata, i rapporti fra Coco Chanel e il regime nazista. Gli unici che avrebbero avuto il diritto di portare Coco Chanel in tribunale e di denunciarla dopo la guerra per aver tentato di riappropriarsi dell’azienda con una mossa ignobile erano i proprietari di allora dell’azienda, la famiglia di origine ebraica Wertheimer, che ne sono però tuttora i proprietari: abilmente, difesero l’attività dagli Stati Uniti dove si erano rifugiati, e non hanno alcun interesse a tirar fuori la vecchia storia, comprensibilmente. Coco Chanel appare agli occhi del mondo come una povera sartina assurta alla fama mondiale grazie alla propria tenacia. Che interesse si avrebbe ora a offuscare la sua immagine tirando fuori la sporca faccenda? Idem Brooks Brothers: nel 1818, quando venne fondata, usava quasi certamente cotone raccolto dagli schiavi del sud (non crederete davvero che gli stati del nord abbiano dichiarato guerra a quelli del sud per liberare gli schiavi, vero?): se ne è scusata in via precauzionale lo scorso giugno, dicendo che avrebbe “condotto delle indagini” per appurarlo. Adesso, però, ha portato i libri in tribunale, e chissà chi dovrà scusarsi per che cosa.

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