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In gloria del sistema moda che avrebbe potuto essere post Covid...

Alta moda e pret a porter di fronte alla crisi causata dal Coronavirus: Armani a gennaio torna a Milano, gli altri tra digitale e de-stagionalizzazione

8 luglio 2020 17:40
In gloria del sistema moda che avrebbe potuto essere post Covid...

A fine marzo, chiusi in casa con un raggio d’azione massimo di duecento metri, operatori e osservatori della moda facevano il primo autodafé, giurando a se stessi e al mondo che quando la pandemia fosse finita nulla sarebbe stato come prima. Nell’ordine: non si sarebbero più prodotte e distribuite dalle sei alle otto collezioni all’anno che stressavano il sistema, provocavano l’esaurimento degli stilisti, impedivano al cliente di apprezzare la qualità del capo e impattavano sull’ambiente. Non si sarebbero più tenute le sfilate – un rito stanco – se non in digitale. Inoltre. Non si sarebbe più sfruttato il mondo, terzo o nuovo che fosse, per produrre stracci senza futuro e soprattutto senza passato, valorizzando invece i nuovi talenti, meglio se locali, e il famoso Artigianato con la A maiuscola, mantra salvifico di un sistema che guadagna solo applicando il modello industriale. Quindi. Non si sarebbero più esposti cappotti e piumini nelle vetrine a giugno e costumi a febbraio “solo per soddisfare il desiderio di acquisto”, come scriveva Giorgio Armani in una lettera aperta al più antico quotidiano della moda, WWD. E infine (qui arrivava l’affondo populista) i “fat cat” del sistema, cioè le multinazionali come Kering e LVMH, sarebbero state costrette a rivedere al ribasso i propri margini, mentre i “copycat”, cioè il fast fashion, avrebbero dovuto cambiare il proprio modello oppure ritirarsi in buon ordine. H&M avrebbe annunciato la chiusura di otto punti vendita in Italia nel giro di qualche settimana. Oh yeah.

 

A metà aprile, aziende e stilisti reagivano all’emergenza offrendosi come produttori di dispositivi sanitari – mascherine, camici monouso, soprascarpe - le industrie tessili fremevano per riaprire e consegnare gli ultimi ordinativi, risalenti a ottobre, alle industrie produttrici straniere. Chi possedeva fabbriche, come Armani o Claudio Marenzi o ancora le piccole-medie imprese del centro Italia aderenti a CNA Federmoda, le convertiva per il bene del Paese e un po’ anche del proprio. Chi, come Bulgari o Campari, produceva invece gioielli e alcolici, articoli difficilmente trasformabili in materiale etico e in leva di marketing morale, sfruttavano la notorietà delle proprie linee di profumi per farsi produrre su commessione detergenti e disinfettanti da offrire a ospedali e strutture mediche in nome della solidarietà. Il 5 di maggio, Armani annunciava il rientro in Italia della presentazione della collezione couture a gennaio 2021, in presenza di pochi invitati. Il 6 di maggio, Camera Nazionale della Moda ufficializzava l’istituzione della prima Digital Fashion Week che, dal 14 al 17 luglio, avrebbe “promosso le collezioni uomo primavera/estate 2021 e le pre-collezioni uomo/donna uomo e donna”, rappresentando una “risposta concreta all’esigenza di promozione e di business dei brand”.

 

A quel punto, qualcuno ricominciava a contare su due mani il numero di presentazioni che si sarebbero tenute nel corso dell’anno e a porsi qualche dubbio sulla possibilità e l’opportunità che un sistema di certo vetusto, ma anche collaudato da oltre centocinquant’anni, accettasse di auto-annullarsi in nome di qualcosa che si stentava a definire diversamente dalla locuzione “emozione temporanea”. Per il 18 di maggio, la maggior parte delle aziende aveva riaperto, pur con pochi ordini, talvolta zero, e parte dei dipendenti ancora in cassa integrazione (in buona percentuale anticipata dagli imprenditori): ripartire, però, si doveva, anche per dare un “segnale” che nella moda come nel turismo sono fattori psico-comunicazionali dirimenti. In vista della riapertura, le boutique lottavano invece contro capitolati di sanificazione proibitivi che nel giro di dieci giorni si sarebbero risolti per i clienti in poco più dell’obbligo di indossare la mascherina e di disinfettarsi le mani all’ingresso.

 

Il 25 maggio, il direttore creativo di Gucci, Alessandro Michele, annunciava la de-stagionalizzazione delle collezioni e la riaffermazione del valore dei capi attraverso la loro parziale riproposizione una collezione dopo l’altra, che era un modo molto poetico per occultare una verità incontestabile e ormai evidente a tutti, e cioè che dopo due mesi di lockdown i magazzini erano pieni di capi e accessori invenduti e che si sarebbe dovuto riattivare il desiderio e la motivazione d’acquisto presso un pubblico impaurito e ancora chiuso in casa, cioè privo di occasioni mondane per sfoggiare lo shopping; questo sarebbe dovuto avvenire in particolare negli Stati Uniti, dove era appena scoppiato il caso dell’omicidio dell’afroamericano George P.Floyd per mano di un poliziotto di Minneapolis e dove le boutiques di Fifth Avenue e Rodeo Drive erano state subito saccheggiate mentre la moda europea, da due secoli vittima del proprio peccato originale e cioè d’aver prosperato sullo sfruttamento della manodopera a basso costo, bianca o nera che fosse, si affrettava a sostenere la causa Black Lives Matter.

 

Il 9 giugno, Chanel diffondeva il video della collezione cruise, che avrebbe dovuto essere presentata a Villa Lysis, a Capri, e che invece era stata allestita nell’atelier di rue Cambon con fondali e luci tecnicamente perfette. Il 23 giugno, Dior confermava per il 22 luglio la sfilata della collezione cruise a Lecce, annullata a maggio, nella nuova formula digitale e aperta a tutti. Il 26 giugno lo stesso faceva Valentino, anticipando inoltre la doppia presenza fra Parigi e Roma Cinecittà per la presentazione della collezione haute couture, prevista per il 21 di luglio in versione live streaming (per tutti) e in presenza (per gli happy few) con il contributo dell’artista Nick Knight allo scopo di “amplificare i valori umani della haute couture”. Ai primi di luglio, Dolce&Gabbana hanno presentato via streaming la collezione couture, anticipata da infiniti videoclip, in una curatissima anticipazione dell’evento live che si terrà a settembre, a Firenze. Le sfilate della Milano Fashion Week sono previste dal 22 al 28 settembre 2020: verranno presentate anche le collezioni uomo che non hanno potuto essere presentate a giugno. Pochi giorni fa sono iniziate le sfilate della haute couture di Parigi o, meglio, la loro versione digitale/personale: una sequenza infinita di fashion film. Non indimenticabile quello di Asia Argento per Antonio Grimaldi; bello ma davvero molto “western male gaze oriented”, a dispetto del dichiarato femminismo del direttore creativo Maria Grazia Chiuri e dell’evoluzione multiculturale del mondo, il film di Matteo Garrone per Dior: non sapevamo che amasse tanto Wagner e la mitologia nordica.

 

Le Ondine vestite come nei dipinti di Lawrence Alma Tadema ci hanno fatte però sorridere molto: l’estetizzazione del corpo femminile nello sguardo di un uomo difficilmente supera il binomio senso - natura. Dallo sguardo potente e complesso di Garrone sull’umanità ci saremmo aspettati qualcosa di meno esangue. In sintesi, però: tutti i convegni organizzati in questi mesi sul cambiamento epocale che il Covid-19 avrebbe apportato al sistema della moda sono destituiti di validità e soprattutto di interesse. Via Montenapoleone è vuota di turisti e i venditori occhieggiano sconsolati il marciapiede da dietro le porte pesanti delle boutique, immersi nell’aria condizionata per la prima volta non gelida, disposizione anti-Covid. Nelle vetrine sono comparsi i cappotti, talvolta affiancati alle gonne di cotone di un’estate che pochi si godranno perché bisogna recuperare il tempo perso nel lockdown. Molti week end nelle seconde case, vecchi vestiti rispolverati con orgoglio, talvolta intere collezioni, come Prada, che ha rieditato – appena riaggiornata - la collezione estate 2004, si dice con buoni risultati di vendita perché le giovani di sedici anni fa non sono quelle di oggi.“Old habits die hard” cantava Mick Jagger. Ma finché è durata, è stato bellissimo.

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