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I soprusi sulle donne sono più evidenti se li denuncia una mostra

Al palazzo Reale di Milano “Divine Avanguardie” offre uno spaccato di grande impatto sulle condizioni della donna in Russia tra 800 e primi del 900

31 ottobre 2020 11:55
I soprusi sulle donne sono più evidenti se li denuncia una mostra

La mostra appena inaugurata a palazzo Reale di Milano sul rapporto fra la donna e l’arte russa (“Divine e avanguardie”, curata da da Josef Kiblitskij  e da Evgenija Petrova, direttore Scientifico del Museo di Stato Russo di San Pietroburgo da dove arrivano sostanzialmente tutte le opere) parte da dove deve partire, e cioè dalla sovrana Ol’ga di Kiev che introdusse il cristianesimo nelle terre di Russia e che dunque è venerata da entrambe le chiese, quella cattolica e quella ortodossa, nonostante governasse con metodi da saga germanica, cioè di una spietatezza senza pari. 

 

Si conclude sulle note dell’Internazionale con l’opera di una donna altrettanto energica, Vera Mukhina, autrice della celeberrima scultura in acciaio “L’operaio e la kolkoziana”, creata per l’Esposizione Internazionale del 1937 a Parigi. Molto meno propagandistica di quanto queste prime righe potrebbero suggerire, l’esposizione porta all’attenzione del pubblico italiano icone magnifiche (abbiamo perso il cuore su una Madonna della carezza), alle zarine di cui tutti o quasi conosciamo le fattezze e le vanità (compresa quella di Caterina II di farsi ritrarre nel proprio sembiante anziano, con le ciocche di capelli grigi sfuggenti dal colbacco di pelo), alle artiste semi-autodidatte perché anche in Russia la battaglia per l’educazione fu molto combattuta, perfino fra le aspiranti pittrici-per-diletto, fino alle avanguardiste come Natalija Goncharova e Ljubov Popova di cui chi si occupa di moda sa molto, non fosse altro perché esercitarono la propria fede socialista anche nell’ossessiva ricerca di un abito che potesse unire l’eleganza della forma alla destinazione d’uso. E questo per quanto attiene alla cronaca, oltre a un caldo consiglio di recarvi a vederla (c’è tempo fino al prossimo 5 aprile), anche e soprattutto se non siete donne. 

 

Ve ne spieghiamo la ragione. Da quando l’abbiamo visitata, ci attanaglia un dubbio, e cioè perché, pur conoscendo la maggior parte di queste opere per averle viste esposte negli anni, non ci siamo mai accorti del fine sociale, di denuncia, che molte di queste hanno fatto degli abusi perpetrati nei confronti delle donne. Opere dipinte molto spesso da uomini. Fra le varie sezioni in cui è organizzata la mostra, una in particolare, “La famiglia, rituali e convenzioni”, presenta opere dipinte fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del secolo scorso che raccontano la vita durissima, i silenzi, le acquiescenze, gli interessi che facevano della donna merce matrimoniale, oggetto di ricatto sessuale, lavoratrice a buon mercato. Per carità, sappiamo di non dire nulla di particolarmente nuovo: molte pagine della letteratura russa, di Aleksandr Ostrovskij, di Lev Tolstoj, di Fëdor Dostoevskij, sono dedicate alla condizione e ai destini delle donne. Ma vedere rappresentata questa narrativa di abusi tutta insieme, in una stanza chiusa, ci ha dato una vertigine. 

 

Non conoscevamo, per esempio, fra le tante di denuncia della condizione femminile (“Non vanno”, “Addio, Papà”, titoli molto “fine Ottocento”) l’opera di Vladimir Makovskij “Il suocero” (1888) che, spostando abilmente l’azione dagli interni borghesi consueti a un remoto villaggio, rappresenta una giovane sposa molestata dal padre del marito. Ma in ogni angolo della sala è un crescendo di ansia e di sorpresa: “Prima dell’incoronazione” di Fers Žuravlëv, per esempio, mostra tutta la disperazione della giovane sposa destinata a un marito anziano (ci sarebbe anche la “prima parte” dell’opera, che racconta il colloquio col padre, inflessibile e perfino più giovane del promesso, non esposta). Nella “Presentazione della promessa sposa”, Grigorij Mjasoedov fissa invece un momento umiliante nella preparazione al matrimonio: la fidanzata nuda viene osservata scrupolosamente dalle future parenti, vestite in abiti tradizionali da festa. Quindi, un altro dramma, rappresentato da un ex militare come Pavel Fedotov: “La vedovella”, cioè la moglie di un militare caduto in guerra, rimasta senza mezzi di sostentamento e senza casa, metafora dell’indigenza in cui vivevano molte vedove e che spesso le portava al suicidio o alla prostituzione. E poi contadine, lavandaie, operaie: una denuncia continua. 

 

Vederle tutte insieme, queste opere, ci ha dato non solo la vertigine a cui accennavamo in precedenza, ma anche quella sorpresa che coglie tutti quando, dopo aver “unito i puntini”, ci si rende conto di essere sempre stati a conoscenza di un certo fatto, che lo si ha sempre “avuto sempre sotto gli occhi”. Bisognava, appunto, unire i puntini, che per moltissimi di noi, perfino studiosi di femminismo e di storia delle affermazioni femminili, non è mai stato del tutto chiaro fino allo scoppio del movimento metoo (che fra l’altro non è partito nel 2017 ma ancora nel 2006 grazie all’attivista afro-americana Tarana Burke). Abbiamo capito, come mai ci era successo fino a oggi, che per prendere coscienza di una stortura, di un’ingiustizia, non basta venire a conoscenza di tanti esempi che la rappresentano. Bisogna vedere questi esempi tutti insieme. Ma, soprattutto, questi esempi devono diventare patrimonio comune, conoscenza di tanti. Devono trasformarsi in azioni di legge, sottoscrizioni, proteste di piazza. Allora, solo allora, si percepisce l’orrore narrato da questi dipinti, degli infiniti soprusi di cui si sono fatti portavoce e che in molte parti del mondo continuano ad accadere. Altrimenti, e dobbiamo riconoscerlo con una punta di amarezza, restano confinati nel novero terribile della pittura di genere.

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