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Lo scontro Italia Libia

Pescatori sequestrati in Libia: dove sono Di Maio e il governo?

18 pescatori partiti dalla Sicilia sequestrati in Libia. Haftar vuole scambio tra 'detenuti': estradare i 4 scafisti della strage dei migranti di Ferragosto

9 ottobre 2020 12:26
Pescatori sequestrati in Libia: dove sono Di Maio e il governo?

Occhio per occhio, dente per dente. In Libia, la legge del taglione non tramonta, ma si ‘tramuta’ in pescatori per scafisti-calciatori. A rimetterci sono i 18 pescatori salpati a bordo di due pescherecci dal porto di Mazara del Vallo 39 giorni fa, ostaggi in Libia senza troppe accuse e scarse tutele.

Aiutateci a riportarli a casa”. È l’appello delle famiglie dei membri dell’equipaggio detenuti in Libia, attualmente nel carcere di El Kuefia e di cui non si avevano più notizie dal giorno dell’arresto. “Vogliamo sentire la loro voce”, chiedono i parenti e i concittadini da Mazara del Vallo. Mentre sono in corso le trattative tra il Governo italiano e quello di Haftar per risolvere una questione di natura diplomatica, le voci che si sentono sono quelle di protesta di fronte al palazzo Montecitorio, ma anche fuori dalla Farnesina. Mamme, figli, mogli, parenti, colleghi e amici dei detenuti sono giunti dalla Sicilia a Roma per chiedere al Governo di accelerare gli sforzi e trovare un’intesa per liberare i loro cari. Il sequestro è avvenuto nella serata del primo settembre in acque internazionali a 35 miglia dalla costa libica, per mano dei militari del generale Khalifa Haftar.

Si è appreso anche che, il 29 settembre, il Premier Giuseppe Conte e il Ministro Luigi Di Maio hanno ricevuto a Palazzo Chigi una delegazione composta dai familiari dei pescatori.

 

La proposta di Haftar: scambiare i “prigionieri”

Il Ministero degli Affari Esteri italiano ha informato che la situazione è sotto controllo. La Farnesina ha avviato il dialogo con i vertici libici, nella stessa serata del blocco in mare delle due imbarcazioni, la Antartide e la Medinea, su cui operavano i pescatori. C’è di fatto una proposta avanzata da Haftar al Governo italiano. Consiste nel rilascio dei 18 pescatori siciliani in cambio della liberazione di quattro scafisti libici su cui grava una condanna di 30 anni di carcere per omicidio e attività connesse al traffico di migranti. L’arresto dei quattro libici, accusati di aver preso parte a operazioni illecite di un gruppo di scafisti il 15 agosto del 2015, dichiarati poi responsabili della cosiddetta ‘Strage di Ferragostodi 49 migranti che hanno perso la vita. In Italia, la Corte d'assise di Catania e la Corte d'appello li ha giudicati assassini e trafficanti. In patria, agli occhi dei rispettivi genitori, sono invece giovani innocenti partiti per l’Europa in cerca di fortuna e con un possibile futuro nel mondo del calcio. I resoconti dei familiari risultano quindi a difesa dei quattro giovani. Trasmesse anche sui social, in questi mesi ci sono state numerose proteste attorno al porto di Bengasi per chiedere la scarcerazione dei quattro. Diversamente dalla realtà dei fatti, nella versione ‘libica’ della vicenda figurano dei ragazzi impegnati a trovare successo nel calcio tedesco (è in Germania che volevano sfondare). È quanto emerge dall’appello dei familiari, convinti che i ragazzi si fossero imbarcati per fuggire dalla Libia e che i trafficanti li avessero coinvolti nel pilotaggio dei barconi a fronte di una riduzione del prezzo della tratta. Racconti confermati anche dall’agenzia Ansa, che ha diffuso l’identità dei giovani detenuti in Italia (Joma Tarek Laamami di 24 anni, Abdelkarim Al Hamad di 23 anni, Mohannad Jarkess di 25 anni, Abd Arahman Abd Al Monsiff di 23 anni).

 

Da fonti della Farnesina si apprende che il Governo è in costante contatto con l'Ambasciata italiana a Tripoli e con gli organi dell'intelligence nazionale, per giungere al più presto a una soluzione positiva e vedere i 18 pescatori far rientro a casa. Operazione che dovrebbe avvenire prima della data del processo che le autorità di Bengasi vogliono avviare entro il mese di ottobre. Un processo ingiusto che rimetterebbe alla giustizia libica delle persone sostanzialmente innocenti. Mossa di Haftar che  ha dell'inaccettabile, alla luce dei metodi utilizzati dal mandante dell'arresto (il generale), che pare non lasci grande spazio di manovra per negoziare un rilascio immediato. Se non previa estradazione dei quattro libici che hanno - peraltro - usato violenza (con calci, bastonate e cinghiate) contro i migranti, vittime della strage.

 

Cresce l’apprensione a Mazara

A poco servono le rassicurazioni sull’utilità del dialogo con Bengasi a placare lo stato d’animo dei familiari particolarmente provati dalla drammatica vicenda. Non riescono a stabilire un contatto con gli armatori e i pescatori, già trasferiti in una struttura detentiva subito dopo l’interrogatorio delle autorità locali.

A Mazara, anche Agripesca si è attivata a supporto delle operazioni di rilascio dei pescatori. I membri della Sezione regionale stanno anche paventando di bloccare l’intera flotta peschereccia, che a Mazara del Vallo è composta da circa 100 imbarcazioni d’altura.

Ci sono alcune testimonianze, sono le foto scattate in Libia e diffuse da un’associazione di pescatori di Mazara del Vallo. Sono su Twitter, su Facebook e sui media, sui profili di madri, mogli, fratelli e sorelle che stanno cercando di fare tutto il possibile per sbloccare la situazione ed entrare in contatto con i pescatori. Il punto di ritrovo è il magazzino dell’armatore di uno dei due pescherecci sequestrati dalle autorità libiche. “Abbiamo bisogno di sentire la loro voce, fate qualcosa, portateli subito a casa”, questo chiedono i familiari. Tra i 18, c’è anche il comandante del peschereccio Anna Madre di Mazara del Vallo e il primo ufficiale di un’imbarcazione, denominata Natalino, registrata nella flotta da pesca di Pozzallo. Ma anche otto collaboratori tunisini imbarcati dall’equipaggio per lo svolgimento delle attività in mare. I due pescherecci sono ormeggiati nel porto della capitale della Cirenaica. La figlia di uno dei pescatori sta lanciando un messaggio chiaro ad Haftar: quello di liberare il padre, assieme a “tutte le barche e i pescatori (che) non volevano rubare, sono entrati soltanto per lavorare”. Sono giorni duri anche per Rosaria Giacalone, moglie di uno dei marittimi bloccati a Bengasi, confortata dai messaggi di solidarietà di quanti le sono vicini. “Sappiamo del loro buono stato di salute solo tramite la diplomazia. Ma vogliamo parlare con loro e sentirci dire dalle loro voci che stanno bene. Ci appelliamo al Generale Haftar affinché possa con un atto di clemenza rilasciarli. Confidiamo nella sua benevolenza, i nostri uomini erano lì per pescare e non stavano facendo nulla di male”, ha continuato la Giancalone.

 

Il Sindaco di Mazara del Vallo, Salvatore Quinci, ha lanciato un appello su Facebook, affinché si possa riuscire ad ottenere almeno un contatto telefonico tra le famiglie e gli ostaggi. “Servirebbe ad allentare lo sconforto che serpeggia e avrebbe un grande valore psicologico al di sopra di quanto possa essere immaginabile. La situazione attuale in Libia non ci aiuta. Non sono preoccupato per l'incolumità degli equipaggi, ma temo che la vicenda - se andrà per le lunghe - sia più complessa da risolvere rispetto a casi simili accaduti in passato. Chiedo per questo di aumentare l'impegno profuso dal Governo, ha spiegato Quinci incontrando la stampa locale.

 

 

Cosa ha scatenato la reazione libica

I due motopesca erano nelle acque a Nord di Bengasi per una battuta di pesca del pregiato gambero rosso. Stavano navigando all’interno delle 72 miglia (sessanta in più delle tradizionali 12 miglia) in acque internazionali, rivendicate dalla Libia come acque nazionali dal 2005. Il problema è che tale rivendicazione è stabilita, in via del tutto unilaterale, dalla Convenzione di Montego Bay del 1982 dal Governo di Gheddafi. 

Si tratta di un accordo che consente al Governo di Bengasi di estendere la competenza libica e autorizzare il fermo fino a 200 miglia dalla costa. Stando al parere di alcuni analisti, Haftar avrebbe amplificato e strumentalizzato il caso dei pescatori siciliani per ‘fare uno sgarro al Governo italiano. In particolare al Ministro Di Maio, per aver reso visita alla Libia, ma by-passando le formalità con il generale della Cirenaica, comandante dell’autoproclamato Esercito Nazionale Libico (LNA).

 

Curiosa circostanza: Di Maio a Tripoli poche ore prima dell’arresto

La Farnesina sta attivando la propria strategia diplomatica per liberare i 18 pescatori che si trovano nel bel mezzo di uno scenario geo-politico poco favorevole.

Si apprende che il sequestro al largo delle coste libiche, effettuato in acque internazionali e ordinato dai militari di Haftar, sia avvenuto poche ore dopo che Luigi di Maio ha lasciato Tripoli, dove aveva incontrato Fayez al-Serraj, Primo ministro libico ufficialmente riconosciuto dall’ONU e il Presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh.

Il sequestro sembra il segnale facilmente interpretabile come una ritorsione. Lo è sulla base di quanto richiesto dai militari del generale libico a Roma: barattare i pescatori con i quattro carcerieri della Strage di Ferragosto. Ma le fonti governative rassicurano, infomando che il Ministro Di Maio ha dichiarato che la Farnesina non accetterà ricatti e che i pescatori devono tornare a Mazara.

 

Si sta forse per aprire una crisi diplomatica internazionale, in cui la Francia (e altri Governi) potrebbero sostenere, apertamente, la condotta di Haftar. Mentre l'Italia, l’ONU e gli Stati Uniti sarebbero schierati dal lato opposto. E l’Unione europea? Quale sarà la reazione o, semplicemente, il supporto all’Italia, qualora non ce la facesse a sbrogliarsela da sola? Lo scopriremo negli aggiornamenti dei prossimi giorni, non appena (e se) il caso arriverà ai tavoli di Bruxelles...anche se ancora non se ne parla. #liberateipescatori

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