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gender gap in Ue

Intervista a Giulia Barbucci, neo vicepresidente del CESE Ue

L’italiana che rilancia da Bruxelles l'importanza della lotta sindacale. Salari giusti, uguaglianza di genere e misure Ue che mettano al centro le persone.

20 novembre 2020 08:17
Intervista a Giulia Barbucci, neo vicepresidente del CESE Ue

Nel mezzo della seconda ondata del covid-19, il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha rinnovato, a fine ottobre, la presidenza di turno. Giulia Barbucci è stata eletta Vice-presidente con delega al Bilancio del CESE, di cui è membro dal 2015. È nata a Reggio Calabria, ha due figlie e vive tra Roma e Bruxelles.

 

L’abbiamo incontrata per un’intervista in cui ha parlato delle principali priorità del suo mandato e del delicato ruolo che è chiamata a svolgere per i prossimi due anni e mezzo. Da subito, ha sottolineato che “l’Unione europea ha fatto un ottimo lavoro per affrontare la crisi attuale, ma quello che manca ancora è la centralità delle persone. E il CESE può apportare un contributo concreto nell’agenda e nelle priorità dell’Ue. Dobbiamo convincere i cittadini che l’Unione rimane un progetto positivo per contenere i costi economici e sociali della pandemia”. A proposito della nostra realtà nazionale, ha affermato che “L’Italia deve ringraziare il Sindacato che, sin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, ha difeso posti di lavoro e reddito di chi lavora e le tante donne che si sono dedicate a genitori e figli in circostanze di difficile gestione o con mezzi finanziari limitati”.

 

La neo Vice-presidente Barbucci ha parlato del rischio di ritardo nell’approvazione del prossimo Bilancio pluriennale (QFP 2021-2027) e della necessità di un nuovo paradigma di Europa economicamente prospera, socialmente inclusiva e sostenibile. “L’austerità non ha garantito la crescita, dobbiamo ripensare già da ora ad un nuovo modello di sviluppo”, così ha spiegato ad The Italian Times.

 

In che modo il CESE contribuisce alla promozione e implementazione delle priorità dell’agenda Ue? Come si guarda a queste politiche, alla luce delle conseguenze della recessione da pandemia?


Giulia Barbucci: “Quando quasi tutta l’Europa ha vissuto il primo lockdown, si guardavano con ammirazione gli eroi della pandemia. Dicevamo che la crisi ci avrebbe insegnato ad essere migliori. E che gli effetti devastanti del coronavirus avrebbero potuto suggerire di cambiare tutto quello che si è rivelato sbagliato nella società prima della crisi covid-19. Tutte le storture di un sistema economico che ha messo al centro il profitto di pochi e ha lasciato indietro molti. Ora, nel corso del secondo confinamento, ci chiediamo se sarà davvero così. Certamente, l’Unione europea ha fatto molto. Lo abbiamo visto in questi mesi con il susseguirsi di notizie e aggiornamenti su tutti i piani di investimento, i fondi, i finanziamenti e le misure straordinarie per agevolare la ripresa. Tuttavia, un elemento fondamentale deve essere ancora inserito nella ‘revisione’ delle politiche Ue: mettere al centro il lavoro e le persone. Il CESE lavora ogni giorno verso questa direzione: dare spazio consultivo istituzionale alla società civile organizzata, affinché la sua opinione sia inclusa nelle scelte politiche e legislative future dell’Unione, soprattutto in una fase storica che vede la democrazia rappresentativa duramente attaccata e una credibilità che si indebolisce, man mano che crescono i contagi e, con essi, i costi umani e sociali.

 

Creare occupazione di qualità, aprire il mercato del lavoro ai giovani, ai disoccupati o ai precari.  E soprattutto alle donne: la parità di genere rappresenta uno dei fondamenti della sostenibilità sociale e in questo ambito dobbiamo fare di più. Il Comitato dovrà fare la sua parte lavorando con spirito propositivo trovando soluzioni consensuali innovative per le persone che rappresenta e per le imprese che saranno il motore della crescita sostenibile.

 

In un periodo storico in cui servono risorse, i membri del CESE sono chiamati ad una grande sfida. Quella del budget, nell’ambito delle trattative del processo di Bilancio, in cui il Comitato può vedere il rafforzamento delle proprie posizioni ed istanze. Come dichiarato dall’austriaca Christa Schweng, neoeletta Presidente del CESE (ha preso il posto dell’italiano Luca Jahier), il contributo della società civile è un dovere per plasmare l'Europa in meglio. La prima sessione plenaria del nuovo mandato (fine ottobre) ha ospitato un dibattito online sulla "Ripresa per il futuro dell’Europa" con i contributi dei presidenti di tutte le principali istituzioni dell’UE. Ne è emersa la funzione “ponte” del CESE per un dialogo aperto basato su un approccio bottom-up (dal basso verso l’alto), anche tramite i pareri, gli studi, la condivisione di dati ed analisi da parte dei datori di lavoro, lavoratori, consumatori, agricoltori e ONG.”

 

Riguardo alla parità dei salari uomo-donna, la Commissione Ue ha rinviato la proposta di Direttiva sull’equa retribuzione. Perché? Cosa è emerso dalla reazione dei Sindacati Ue?

 

Giulia Barbucci: “È proprio il 4 novembre, nella Giornata europea per la parità di genere e di retribuzione, che la Commissione Ue ha annunciato il rinvio al 15 dicembre della sua proposta di Direttiva sulla trasparenza salariale, la cui presentazione era in programma per il giorno stesso.

In concomitanza, è uscito un nuovo rapporto pubblicato dall’ETUC che spiega come il divario retributivo di genere medio dei 27 Stati membri, che è pari al 16%, non verrà eliminato fino al 2104. La ricerca, infatti, dimostra che con il ritmo attuale - e se non si interviene - le donne non avranno lo stesso salario degli uomini fino all’inizio del prossimo secolo. Una data tanto lontana nel calendario da far perdere le speranze.

 

Un’altra proposta sulla parità di genere, che è sul tavolo da tempo, è una Direttiva ancora più specifica e settoriale, quella sull'equilibrio di genere nei Consigli d’Amministrazione, che mira a garantire che le società quotate nelle borse europee costituiscano i loro Consigli d’Amministrazione con almeno il 40% di donne. Questa innovazione legislativa è stata bloccata dagli Stati membri nelle trattative in sede di Consiglio europeo per quasi otto anni.

 

La Commissione di Ursula Von der Leyen, promotrice della parità di genere, ha promesso una svolta sulle politiche Ue in materia, instaurando un costante scambio di dati e aggiornamento sui progressi, in stretta cooperazione con i decisori politici, i gruppi di interesse, le associazioni e le autorità nazionali preposte. Lo ha fatto anche partecipando attivamente al nostro dibattito del 29 ottobre al CESE, assieme al Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli e a Charles Michel, Presidente del Consiglio europeo.

Un’altra occasione che ha dimostrato le forti sinergie tra il Comitato e l’Esecutivo Ue è stata, senza dubbio, la Circular Economy Stakeholder Conference, che ha ospitato un dibattito con il Vice-Presidente Frans Timmermans e il Commissario Ue Virjinius Sinkevicius. In edizione virtuale, l’iniziativa ha riguardato l’economia circolare e la ripresa verde (green recovery) in Europa, dando voce ai numerosi rappresentanti di imprese, autorità pubbliche, enti nazionali, responsabili di settore, legislatori, organizzazioni non governative, ricercatori e la società civile. Si è parlato di soluzioni concrete, di buone pratiche, di obiettivi presenti e futuri e, in particolare, del Piano d'azione per l'economia circolare adottato a maggio 2020, centrale per l’attuazione del Green Deal. La parte più interessante per me è stato il momento della assegnazione degli European Business Awards per l’Ambiente, che premia le imprese nell’Ue che guidano la transizione verso un’economia sostenibile in diverse categorie che vanno dal modello di gestione alla tipologia di processi, prodotti e servizi, dalla cooperazione con i Paesi in via di sviluppo alla biodiversità. Questa è l’Europa da valorizzare, su cui puntare. Come ho detto all’inizio, quella che mette al centro la quotidianità e che mi piace chiamare dei ‘progetti delle persone’.”

 

Parliamo di Lei. Qual è stato il percorso che l’ha portata a Bruxelles? Quali sono stati i ruoli che ha rivestito e quali i dossier-chiave del Suo attuale incarico?


G. Barbucci: “Un pensiero di riconoscenza va alla Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), per la quale ho iniziato la mia esperienza a diretto contatto sia con gli organi decisionali che quelli consultivi delle istituzioni europee. La CGIL è la mia casa da 30 anni, il luogo dove ho imparato e dove mi sono realizzata professionalmente. Sento tutta la responsabilità di questo nuovo incarico, nel difficile periodo che stiamo vivendo e farò tutto quanto necessario per ripagare la fiducia di quanti credono nel mio contributo in veste di Vice-presidente del CESE, puntando a garantire una sana ed efficacie gestione del suo Bilancio.

 

Il mio percorso ‘europeo’ si è delineato già a partire dal 2001, lavorando nel dipartimento Politiche europee e internazionali della CGIL. In precedenza, ho lavorato in altri dipartimenti della CGIL: dal 1997, nel dipartimento Relazioni industriali e contrattazione collettiva e dal 1989 al 1996 nel dipartimento internazionale, occupandomi dei Paesi dell'Europa occidentale. Dal 2009, sono componente del Comitato esecutivo dell’ETUC) e dal 2007 faccio anche parte del suo Comitato donne; sono anche componente del Comitato per il dialogo sociale europeo e del Gruppo di lavoro sulla partecipazione dei lavoratori. Ho preso parte a negoziati per diversi accordi europei con le parti sociali europee e ho partecipato anche ai lavori per il recepimento di numerose direttive europee in Italia.

 

Come saprete, il CESE è attivo in un’ampia gamma di settori, dall’economia agli affari sociali, dall’energia allo sviluppo sostenibile. Personalmente mi sono occupata di diversi pareri, come ad esempio la strategia europea sull'uguaglianza di genere (parlando anche di divario digitale di genere), l’accesso alla sicurezza sociale, la creazione di una roadmap per la ricerca e la formazione nell'ambito della Comunità per l’Energia atomica per il periodo 2021-2015 (che fa parte del maxi-programma Horizon Europe) e di mobilità sostenibile”.

 

Quale tipo di formazione ha avuto?


Giulia Barbucci: “Riguardo al percorso di formazione, nel 1982 ho conseguito il diploma di maturità linguistica e nel 1988 mi sono laureata in Lingue e letterature straniere moderne presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ho un’ottima conoscenza dell'inglese, del tedesco e del francese e una buona conoscenza dello spagnolo. Resto però sempre dell’idea che la grande formazione, poi, è quella che avviene sul campo, in cui ho potuto toccare con mano le criticità che sorgono nel mondo del lavoro e le risposte che possono arrivare attraverso la contrattazione collettiva e le politiche sociali.”

 

Cos'è il Gender gap e i dati sul divario retributivo nell’Ue

Dando uno sguardo ad alcuni dati significativi segnalati dalla Confederazione europea dei sindacati (meglio conosciuta con l’acronimo inglese ETUC), con proiezioni anno per anno sui cambiamenti nel divario retributivo di genere nei 27 (in base alle variazioni dei dati sul divario retributivo di Eurostat tra il 2010 e il 2018), emerge come i numeri più allarmanti provengano da alcuni delle economie più ricche dell’Ue.

 

In Italia e Germania, il gender gap non verrà colmato rispettivamente fino al 2074 e al 2121. Mentre in Francia, alla velocità attuale, non verrebbe eliminato per oltre 1000 anni. Ma ci sono anche Governi che forniscono cifre rassicuranti e che sono sulla buona strada per la parità di retribuzione in questo decennio: l’anno stimato per il raggiungimento dell’obiettivo è il 2022 per la Romania e i 2028 per il Belgio. Si è inoltre parlato dell’importanza delle politiche volte a combattere la disoccupazione e colmare il gender gap anche nel contesto del “pacchetto autunnale” del Semestre europeo, presentato in conferenza stampa il 18 novembre da Dombrovskis, Gentiloni e Schmit.

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