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Visioni oltreoceano

Spannaus: “Nonostante le divisioni, la democrazia americana è forte”

Esce in Italia il nuovo libro dell’analista statunitense “L’America post-globale”, un ritratto degli States tra Trump, coronavirus ed economia reale

8 ottobre 2020 14:29
Spannaus: “Nonostante le divisioni, la democrazia americana è forte”

“L’America post-globale” è il titolo del nuovo libro di Andrew Spannaus. Analista politico e giornalista, docente nel master in Economia e Politiche internazionali alla Cattolica di Milano, Spannaus osserva la ‘sua’ America con sguardo lucido, attento, di chi non teme il lati peggiori di una democrazia con tratti paradossali, persino contrastanti. E che ha fatto dell’iper-liberismo una sorta di teologia del vivere dimenticando i lati oscuri della società che ha generato, priva di un adeguato welfare e di un sistema sanitario nazionale. Oggi gli States fanno i conti con lo choc economico causato dalla pandemia. Ma la crisi attuale, per Spannaus, sta solo “accelerando la fine del modello della globalizzazione, che ha anteposto i parametri monetari e la speculazione al benessere e all’economia reale”. In questo scenario, si colloca l’inquilino più discusso e imprevedibile che la Casa Bianca abbia mai avuto: Donald Trump. Riuscirà il repubblicano più anti-establishment di tutti a battere Biden? E che America sarà quella del prossimo futuro? Ne parliamo con l’autore che ha appena presentato a Roma il suo libro.

 

Spannaus, la pandemia negli Stati Uniti ha raggiunto numeri impressionanti. E sul piano economico nel secondo trimestre di quest’anno è stata registrata una contrazione del Pil del 33 %, mai così male dal 1947. È finita un’epoca?


Andrew Spannaus: “L'epoca della globalizzazione di stampo iper-liberista stava già finendo prima della pandemia, che accelera i cambiamenti in atto. L'azione politica di Donald Trump ha contribuito all'arrivo di un nuovo scenario: ora si ritorna a parlare di politica industriale, di riportare la produzione in America e nei paesi europei, cioè di utilizzare gli strumenti pubblici per affrontare gli squilibri creati negli ultimi decenni. L'illusione che la nostra società possa andare avanti con un modello post-industriale caratterizzato da grandi disuguaglianze interne non sta più in piedi”. 

 

Lei sostiene che è il momento di ripensare l’economia dei bassi costi, il ruolo dello Stato e del debito pubblico, i nuovi equilibri globali. Come spiegare a chi non è economista cosa significa?


Andrew Spannaus: “A partire dagli anni Settanta si è data più importanza alla finanza e ai servizi che non alla produzione, che è stata spostata gradualmente verso Paesi dove la gente guadagna poco. Così nel nome della competizione del mercato si sono persi milioni di posti di lavoro e la classe media ha dovuto accettare salari bassi e precarietà. Non è un processo inevitabile: i governi possono intervenire per guidare i processi economici, e garantire una crescita che va a beneficio dei molti. Per troppo tempo le teorie economiche sono servite come scuse per non ammettere che di fatto si lasciava il potere in mano a delle oligarchie”. 

 

La classe media americana, ma potremmo dire quella del mondo occidentale, paga oggi lo scotto di una crisi già iniziata nel 2008 quando è scoppiata la bolla speculativa dei mercati finanziari.


Andrew Spannaus: “La crisi del 2008 ha offerto l'occasione di cominciare a cambiare il sistema della finanza e rimettere al centro l'economia reale. Invece non si sono cambiati veramente i meccanismi speculativi, pensando che bastasse qualche aggiustamento dei sistemi di controllo. Ma la gente normale non si è lasciata ingannare, e così c'è stata una rivolta degli elettori in America, come anche in vari Paesi europei, contro un establishment poco disposto a rimediare ai propri errori”.

 

Quattro anni fa Trump ha fatto breccia nelle paure proprio della classe media americana. Perché?


Andrew Spannaus: “La classe media ha visto un peggioramento delle proprie condizioni economiche, con una conseguente perdita di stabilità della comunità. Così la crisi è diventata una questione anche culturale, percepita come una minaccia ai valori della popolazione. In questo contesto un politico che indica un colpevole, un nemico contro cui combattere, ha gioco facile a trovare consensi”.

 

Lei riconosce al presidente il merito di aver dato durante la pandemia una spinta all’economia con massici investimenti pubblici, ridimensionando il ruolo della Federal Reserve e accantonando l’assillo del contenimento del deficit. Ma prima del Covid le scelte sono state diverse.


Andrew Spannaus: “Trump ha cambiato le regole del commercio con il Messico e con la Cina, cercando di incoraggiare gli investimenti industriali negli Stati Uniti. Gli effetti immediati sono stati limitati però, anche perché è mancata la parte degli investimenti pubblici. Con la pandemia è iniziato un cambiamento: Casa Bianca e Congresso hanno votato insieme per un massiccio aumento della spesa pubblica, necessaria per evitare milioni di nuovi poveri, e per garantire la continuità economica. Anche la Federal Reserve è stata arruolata ad aiutare l'economia reale, per una volta, e non solo il settore finanziario”.

 

Oggi, dal di fuori, l’America sembra spaccata, divisa in due. Lo scontro non è solo politico tra repubblicani e democratici. Ma è come se fosse in atto un conflitto culturale che investe nel profondo una società che fa i conti con le sue contraddizioni. 


Andrew Spannaus: “La polarizzazione della società americana riflette la divisione più profonda di questi anni, tra chi abbraccia il mondo globalizzato, cosmopolita, e chi si sente escluso dal sistema. C’è un processo di riallineamento politico, non legato all’identità in termini stretti come l’etnia, ma più come le persone si pongono nei confronti della profonda trasformazione del mondo. Mentre a livello personale rimane rispetto e coesione sociale, alcuni gruppi strumentalizzano la situazione creando spaccature importanti. La sfida è di favorire un dialogo partendo dai valori condivisi – la forza dell’America, nazione fondata sui principi, non sull’identità personale – ma questo funziona solo se le istituzioni sono in grado di attuare politiche che veramente promuovano il benessere di tutti. Altrimenti rimane un divario tra le parole e la realtà della vita di molte persone, manca la fiducia reciproca e si lascia spazio a scenari preoccupanti”.

 

Lo scenario attuale favorisce Biden? 

 

Andrew Spannaus: “La maggioranza degli americani giudica in modo negativo la gestione del virus da parte di Trump, e comunque molti si sono stancati del suo stile irruente e irregolare. La novità dell'outsider che ha attirato il voto di molti indecisi negli ultimi giorni prima del voto del 2016 - tra l'altro contro una candidata democratica molto impopolare - non c'è più. Biden è conosciuto e rassicurante, seppur debole in termini di grandi idee per il Paese”. 

 

Trump ha contratto il virus ma continua a dire: “E’ come l’influenza”. L’immagine che vuole dare è quella di essere ‘vincente’ anche contro il Covid. Che America è quella che vota ancora per lui? 

 

Andrew Spannaus: “In America non guasta mai l'ottimismo e la celebrazione dei pregi del Paese. Trump ha parlato dei problemi profondi della società, ma ha anche offerto una visione del futuro che tocca l'orgoglio e le speranze di quelle persone che si sentono escluse dal sistema da tempo. Da fuori può sembrare un linguaggio superficiale, ma ricostruire un rapporto tra popolazione e politica significa molto, anche se passa solo per la partecipazione popolare a un atteggiamento più ottimistico”.

 

E che America avremo nei prossimi decenni?

 

Andrew Spannaus: “Nonostante le divisioni, nonostante le dure prove di questi mesi, la democrazia americana è forte, e le istituzioni sono chiamate a cogliere la sfida della ripartenza del Paese. L'America sta passando una fase in cui le proteste e gli scontri produrranno una nuova sintesi, riprendendo alcuni degli aspetti migliori del passato, ma adattandosi ad un mondo nuovo, un mondo post-globale, in cui si correggeranno gli errori più drammatici dell'epoca della globalizzazione. Non sarà semplice, ma credo che la direzione sia chiara, e che le condizioni esistano per evitare un processo di declino”.

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