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La terapia anti Covid di Trump

Covid, cos’è la “misteriosa cura” somministrata a Donald Trump

Il genetista Giuseppe Novelli spiega cos’è il cocktail a base di anticorpi monoclonali utilizzato per il presidente Usa e sperimentato anche in Italia

6 ottobre 2020 10:20
Covid, cos’è la “misteriosa cura” somministrata a Donald Trump

Donald  Trump è già tornato alla Casa Bianca dopo il ricovero-lampo. E’ ancora positivo, ma riprenderà a lavorare dallo Studio Ovale dopo le dimissioni dall’ospedale e le rassicurazioni del medico Sean Conley, che ha detto: «He’s back. Non ha febbre da 24 ore e respira normalmente». Ma come è stato curato il Presidente statunitense? Le notizie filtrate sono poche, ma sufficienti a far intuire agli esperti – anche italiani – in cosa consista il farmaco “misterioso” che gli è stato somministrato e gli permesso di rimettersi in così poco tempo, a dispetto dei 74 anni: «Si tratta di un cocktail con due diversi tipi di anticorpi monoclonali, a cui sono stati uniti un antivirale, un cortisonico e alcune vitamine come coadiuvanti» spiega Giuseppe Novelli, genetista di fama mondiale dell’Università di Tor Vergata a Roma, che ha sperimentato, con l’Università di Toronto e il prof. Pier Paolo Pandolfi del Beth Israel Deaconess Medical Center di Harvard (Boston) una serie di anticorpi monoclonali, isolandone due potenzialmente in grado di “chiudere la porta” al coronavirus, impedendogli di entrare nell’organismo. 

 

The Italian Times lo ha raggiunto per farsi spiegare in cosa consiste la terapia seguita da Donald Trump e a che punto siamo in Italia. 

 

Professore, lei da tempo lavora al primo farmaco anti-Covid a base di anticorpi monoclonali: cos’è e come funziona? 


Prof. Novelli: Sono i farmaci più intelligenti di cui disponiamo al momento per curare diverse malattie, da cancro all’artrite reumatoide alla psoriasi. Colpiscono nel punto esatto in cui il virus entra nelle cellule (la nota proteina “Spike”) e agiscono bloccando la chiave di accesso: in pratica vanno a modificare la serratura e in questo modo impediscono al virus di entrare nell’organismo. Sono molto precisi, ma costosi.

 

Anche in Italia si stanno studiando gli anticorpi monoclonali?


Prof. Novelli: Sì, siamo partiti con le prime sperimentazioni, pressoché insieme a Cina, Olanda, Israele, Svizzera e Usa, e a maggio scorso noi con il team di Tor Vergata abbiamo isolato due molecole, testate in laboratorio e che ora vanno sperimentate in fase clinica sull’uomo. Per questo occorrono ingenti investimenti che negli Stati Uniti non sono mancati e hanno permesso di proseguire la sperimentazione su 2000 soggetti e poi di somministrare il farmaco, in via sperimentale, anche al presidente Trump. 

 

In cosa consiste la terapia “misteriosa” a cui è stato sottoposto il presidente americano?


Prof. Novelli: Premesso che la cartella clinica non è disponibile, per ovvi motivi, dalle indiscrezioni si è potuto capire che a Donald Trump è stato somministrare un cocktail con più farmaci: in particolare sono stati usati due anticorpi monoclonali, che hanno appunto l’effetto di impedire al virus di entrare nelle cellule, insieme a un antivirale molto noto, il Remdesivir. Quest’ultimo al momento l’unico di cui sia stato dimostrato un effetto positivo contro il Covid ed è usato anche in Italia. In questo caso agisce bloccando la replica del virus, già entrato nelle cellule, impedendo così di infettarne altre. A ciò si sono aggiunti il Betametasone, un cortisonico che si usa in casi di grave deficit respiratorio, che ridurre i danni da polmonite, e alcune vitamine, in particolare la D, che è un adiuvante nella ricostruzione del tessuto polmonare. 

 

Ma negli Usa questa terapia è già impiegata su larga scala?


Prof. Novelli: No, perché manca ancora l’approvazione della FDA, la Food and Drug Administration che è l’ente regolatore per quanto riguarda i farmaci e la salute. E’ stata condotta una sperimentazione su 2000 soggetti che evidentemente ha dato risultati positivi e ha convinto lo staff medico presidenziale statunitense che potesse essere somministrata a Donald Trump, senza incorrere in effetti negativi. Anche in Italia, in piena emergenza sanitaria, sono stati utilizzati farmaci in via sperimentale, con il cosiddetto uso compassionevole, non tutti rivelatisi così efficaci.

 

Tornando agli anticorpi monoclonali, le ha fatto piacere che la terapia seguita da Trump segua proprio la strada dei monoclonali sintetici a cui sta lavorando anche lei?


Prof. Novelli: Certamente, significa che è la strada giusta. Nello stesso tempo mi dispiace perché abbiamo iniziato la sperimentazione insieme, a maggio scorso, ma i colleghi statunitensi sono più avanti, grazie ai maggiori finanziamenti da parte dell’industria farmaceutica. Noi genetisti possiamo anche isolare le molecole, ma servono poi le aziende per la produzione e investimenti per terminare la sperimentazione. Fortunatamente, proprio pochi giorni fa la Regione Lazio ha autorizzato un finanziamento al nostro studio, per 2 milioni di euro, che ci permetterà di produrre le prime dosi di farmaco da sperimentare in fase clinica. 

 

Quanto tempo ci vorrà prima di disporre anche in Italia di un farmaco a base di anticorpi monoclonali?

 

Prof. Novelli: Solitamente i tempi sono molto lunghi, come per i vaccini: si può arrivare anche a una decina d’anni. Ma in questo caso, con la necessità di arrivare a disporre rapidamente di farmaci efficaci contro il Covid, possiamo sperare di ridurre le tempistiche. Adesso potremmo iniziare con la produzione di 200/400 dosi che, previa autorizzazione dell’AIFA (l’Agenzia italiana del Farmaco), saranno sperimentati su un certo numero di soggetti studiati, analizzati e valutati per un certo periodo, per evitare effetti avversi come accaduto col vaccino inglese. Se ciò non si verificherà, come crediamo, dopo un’altra autorizzazione dell’AIFA si procederà con la produzione di massa, per la quale occorre però un investimento da parte delle case farmaceutiche. Noi abbiamo ricevuto l’interessamento di molte aziende, speriamo si traducano in realtà, in modo che – ottimisticamente – si possa arrivare nel giro di 5/6 mesi ad avere anche un farmaco di produzione italiana, che con una semplice iniezione possa rappresentare un salvavita contro il Covid.

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