Romiti, l'ultimo protagonista del potere Fiat su politica e giornali

Muore a 97 anni Cesare Romiti, il manager più politico, dalla marcia dei quarantamila a Mani Pulite. Poi la gestione non riuscita della Rcs come azionista

18 agosto 2020 13:01
Romiti, l'ultimo protagonista del potere Fiat su politica e giornali

Cesare Romiti ha segnato come e più di Gianni Agnelli una lunga stagione della Fiat (quella che ora si chiama Fca ed è quasi passata alla francese Peugeot), praticamente l’ultima prima della crisi esplosa nei primi anni Duemila, emblematicamente fissata alla morte del nipote del fondatore. In chiesa a Torino Romiti seguì il funerale in piedi, l’unico a farlo perchè così faceva anche l’Avvocato quando, certo non tutte le domeniche, si recava a messa.

 

Per la cronaca, le due anomalie della cerimonia funebre furono  Romiti in piedi e il pianto a dirotto di Silvia De Benedetti, che diversi decenni prima aveva conosciuto bene il defunto. Nei venticinque anni in cui Romiti è stato il capo operativo dell’azienda, Gianni Agnelli ha potuto alimentare il suo personaggio fatto di glamour e di battute fulminee proprio perchè a seguire l’ordinaria amministrazione (che poi non era mai tale) c’era “Cesarone”, romano, tifoso della Roma ma ovviamente primo sostenitore della ragioni della Juve per ovvi motivi aziendali, anche se della squadra se ne occupava in autonomia Umberto Agnelli.

 

Ecco, in breve,  perché Romiti ebbe grande ruolo nella più grande azienda padronale d’Italia: fu il protagonista della  riscossa dopo la stagione del terrorismo dei lunghi e bui anni Settanta, degli omicidi e delle intimidazioni ai capi reparto, organizzò lui la “marcia dei quarantamila” gestita dai quadri Fiat (e uno di loro, Luigi Arisio, poi diventò anche deputato del Pri), ai quali si unì tutta la città di Torino per voltare pagina.

 

Gestì lui l’opposizione alla vendita dell’Alfa Romeo alla Ford, che offriva di più e che avrebbe investito molto nel rilancio vista l’ammirazione che il vecchio Henry Ford aveva per il Biscione; governò per interposti presidenti la Confindustria di cui Fiat era l’azionista di maggioranza (soprattutto con Giorgio Fossa ma anche con Lucchini, Pininfarina e Abete, e poi sostenne Antonio D’Amato in contrapposizione a Callieri, candidato Fiat); animò la polemica contro l’industria pubblica e in particolare l’Iri guidata da Romano Prodi; negoziò con la Procura di Milano durante i mesi caldi di Mani Pulite la sostanziale estraneità degli alti vertici della  Fiat (lui stesso e Gianni Agnelli) ai fenomeni di corruzione: bastò un memoriale, mentre ai giornali che allora facevano capo al gruppo (Corriere e Stampa, poi affiancati dal Messaggero entrato nell’orbita di Mediobanca dopo il crack Ferruzzi) venne data l’indicazione di sostenere senza incertezze l’azione del pool giudiziario milanese. Fu un fautore della diversificazione del gruppo dalle automobili, ed estromise Vittorio Ghidella, il “padre” industriale della Uno e della Thema (i due grandi cavalli di battaglia dagli anni 80 in poi) a favore di Paolo Cantarella, il quale tuttavia nel 93 allestì l’ultima gamma completa di cui si ha memoria, con 18 automobili tra restyling e nuovi modelli, tra i quali la Fiat Coupè e la Barchetta.

 

Romiti venne inviato a Torino come direttore finanziario da Enrico Cuccia, patron di Mediobanca che seguiva da vicinissimo i conti traballanti della Fiat, poi divise con Carlo De Benedetti per pochissimi mesi la poltrona di amministratore delegato e infine rimase solo al comando. Stile duro, niente sconti a nessuno se non al solo Avvocato, controllo ferreo dell’azienda attraverso i suoi uomini e del rapporto con la politica attraverso i giornali e i suoi incontri romani. Quando lascia la Fiat ottiene dall’Avvocato anche la quota di maggioranza del Corriere della Sera, che fa gestire da suo figlio Maurizio, ma non riesce a rilanciarla e questo resterà il cruccio che gli farà dire che un padrone e un manager possono essere ruoli diversi, con successo diverso. Ultimamente ha anche commentato l’acquisto di Repubblica da parte di John Elkann, rilevando che ai tempi suoi e dell’Avvocato mai avrebbero pensato di unire La Stampa e La Repubblica. 

 

Chi vuole conoscerlo meglio può leggersi i libri che lui ha scritto con Giampaolo Pansa e Paolo Madron. Certo, oggi lo scenario è totalmente diverso: la Fiat prima è riuscita con Marchionne a prendere la Chrysler appropriandosi di un marchio globale con Jeep e ora è tornata in Europa maritandosi con la francese Peugeot, di proprietà pubblica. Marchionne ne ha in parte oscurato le gesta, proprio perchè era riuscito a fare quell’accordo internazionale che in fondo l’Avvocato e Romiti non avevano mai davvero voluto. Non lascia eredi nè alla Fiat nè in famiglia dove i figli non potevano emularlo.

 

Marchionne nè è stato all’altezza, ma con una caratura completamente diversa: il figlio del carabiniere Concezio era un grande manager internazionale mentre Romiti si muoveva benissimo soprattutto tra Torino, Milano e Roma. Ha avuto il dono di una lunga vecchiaia trascorsa tra Roma e Cetona, certo non ha condiviso tanto degli ultimi due decenni ma ha saputo evitare commenti e anche nelle rare interviste non ha infierito sul difficile presente. Oggi non ci sono figure simili, perchè il Paese non è lo stesso, il capitalismo e l’industria nemmeno (ovviamente, al netto della pandemia).

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