Incubo lockdown nel mondo

Covid, USA a rischio lockdown sulla scia di Israele

A Tel Aviv 3 settimane di chiusura totale. Ma anche negli Stati Uniti potrebbe scattare un nuovo lockdown in alcune zone, mentre si discute della durata

15 settembre 2020 11:02
Covid, USA a rischio lockdown sulla scia di Israele

Israele è il primo paese al mondo a decidere per il secondo lockdown a causa dei contagi Covid, dal 18 settembre (giorno del Capodanno ebraico) e per tre settimane. Dopo 11 ore di discussione a tratti molto tesa all’interno del governo di Benjamin Netanyahu, ha prevalso la linea dura. Ma la chiusura totale potrebbe scattare anche in altri Paesi, dove preoccupano alcuni focolai. Negli Usa, per esempio, il virologo Anthony Fauci non esclude la misura estrema in alcuni stati in autunno, anche se la misura arriverebbe in piena campagna elettorale per le presidenziali che vedono contrapposti (anche sul tema sanitario) Donald Trump e Joe Biden. Intanto preoccupa l’aumento di contagi in Francia, dove però è stata confermata la riduzione del periodo di quarantena, da 14 a 7 giorni. Estese le misure restrittive anche in Nuova Zelanda e in Indonesia, mentre non si hanno più notizie dalla Russia

 

Israele, via al nuovo lockdown

C’è voluta una discussione-fiume, ma alla fine ha prevalso la linea dura: Israele torna in lockdown, dal 18 settembre, per tre settimane e non due, come inizialmente previsto. Chiusi i negozi e tutte le attività commerciali (tranne farmacie e alimentari), niente scuola e niente celebrazioni religiose. Misure drastiche per scongiurare un’ulteriore escalation di contagi che ha portato a un tasso di positivi del 9% la scorsa settimana, quando la task force istituita dal ministero della Salute israeliano ha consigliato il lockdown. Secondo le indicazioni dell’OMS, l’allarme scatta quando per due settimane consecutive su supera il 5% di esiti positivi ai test. Di fronte ai 4.000 contagi, ai 500 ricoveri gravi e al timore che la situazione negli ospedali possa precipitare, specie nel nord del Paese, è arrivata la conferma alla decisione, non senza fratture interne al Governo. Il ministro dell’Edilizia, Yakov Litzman, si è dimesso in quanto rappresentante dei partiti religiosi che compongono la coalizione di governo, contrari a una chiusura che coincide proprio con tre delle massime festività religiose: il Rosh Hashanà (il Capodanno ebraico), il Kippur e il Sukkot (la festa delle Capanne), che prevedono grandi assembramenti in coincidenza delle funzioni e dei pasti tradizionali. Ma non mancano neppure le critiche da parte dei titolari dei ministeri dell’Economia, del Welfare, del Turismo e della Scienza, che hanno quantificato le conseguenze economiche della chiusura: almeno 3,6 miliardi di euro in tre settimane, oltre alla perdita di posti di lavoro nel tempo. D’altro canto la situazione si è aggrava negli ultimi giorni, rendendo Israele il primo paese al mondo per numero di contagi ogni milione di abitante. 

 

Usa a rischio lockdown alla vigilia delle presidenziali 

Ma non va meglio negli Usa dove, nel pieno di una campagna elettorale infuocata a causa delle tensioni razziali e degli incendi, l’emergenza sanitaria è tutt’altro che rientrata, secondo il direttore dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive. Con oltre 6 milioni e mezzo di contagi e più di 194mila decessi, gli Stati Uniti sono i più colpiti da Covid. “Dobbiamo isolarci e superare questo autunno e inverno perché non sarà facile. Non aiuta che gli Usa continuino a vedere circa 36 mila nuovi casi al giorno, che è meglio di quello che vedevamo in agosto, ma è ancora troppo alto” ha avvertito l’esperto che non è nuovo a contrasti con il presidente statunitense Donald Trump, che invece minimizza i rischi. Secondo Fauci, che ha analizzato l’andamento della curva dei contagi in aumento in alcuni stati (nel sud, ma anche in Michigan, Minnesota e Dakota) occorre prevedere un nuovo lockdown in autunno, dunque potenzialmente fin dalla prossima settimana. 

 

Francia al bivio, tra chiusure e quarantena

Non si parla di nuovo lockdown in Francia, dove peraltro non è mai stato generale. Ma il superamento dei 10mila nuovi contagi al giorno costringe a pensare a misure di intervento drastiche. Qui il tasso di positività si attesa intorno al 5,4%, con un aumento però dei pazienti ricoverati in reparti normali e terapie intensive. Il premier, Jean Castex, per ora esclude il lockdown, ma punta a una riduzione dei tempi di attesa per i test e degli orari delle attività produttive, demandando le decisioni ai singoli amministratori locali. Conferma, invece, il dimezzamento della quarantena da 14 a 7 giorni, scatenando le reazioni della comunità scientifica mondiale. L’OMS ha mostrato perplessità, mentre dalla Cina arrivano indicazioni per un allungamento del periodo di isolamento persino a 21 giorni. Da uno studio dell’Università di Shangai emergerebbe che il virus Sars-Cov2 abbia un’incubazione più lunga rispetto a quanto pensato finora, che renderebbe necessaria quarantena di 18/21 giorni. Ma sul tema continua a esserci divisione, tanto che sia la London School of Hygiene and Tropical Medicine britannica, sia i Centers for Disease Control and Prevention americani ritengono che sia sufficienti rispettiva 7 e 10 giorni. 

 

Gli altri lockdown nel mondo: dalla Nuova Zelanda alla Russia

Se la comunità scientifica occidentale discute di quarantena, dalla Russia non arrivano più informazioni ufficiali sui contagi. La scorsa primavera le immagini delle ambulanze militari e civili in coda fuori dagli ospedali per trasportare pazienti avevano fatto il giro del mondo, soprattutto perché il Cremlino continuava a minimizzare la situazione, nonostante i 350 mila contagi confermati in poche settimane. Ad oggi i dati ufficiali parlano di oltre 1 milione di casi dall’inizio della pandemia, ma le informazioni giunte dopo la fine del lockdown (a giugno) sono scarse e ritenute inattendibili dagli esperti. Intanto nuove chiusure sono scattate a Giacarta, in Indonesia, dopo il record di 54mila casi totali dalla primavera. Sono state prorogate di una settimana, intanto, le misure restrittive in Nuova Zelanda, dove però non si parla di chiusura, ma di divieti di assembramenti (da 10 a 100 persone massime, a seconda delle località). 

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