Elezioni USA 2020

Usa 2020, sorpresa: Trump e Biden d’accordo sul ritiro dall'Iraq

Il capo della Casa Bianca annuncia il ritiro americano dal paese mediorientale, come vorrebbe Biden. Ma resta lo scontro su tutto il resto, Covid compreso

11 settembre 2020 11:28
Usa 2020, sorpresa: Trump e Biden d’accordo sul ritiro dall'Iraq

Sono divisi su tutto Donald Trump e Joe Biden, dalla politica economica e di rilancio del Paese, alla gestione delle violenze nelle manifestazioni legate al #BlackLiveMatters fino all’emergenza Covid, con Donald Trump che ha ammesso di aver taciuto sulla gravità dei contagi (“Non volevo creare panico” si legge nel libro del giornalista del Watergate, Bob Woodward). Eppure c’è un punto sul quale sembra esserci convergenza tra i due candidati alle presidenziali Usa 2020: la necessità di un ritiro delle forze militari statunitensi dall’Iraq, nell’ambito di un più generale disimpegno dal Medio Oriente. 

 

Trump vuole il ritiro dall’Iraq. Come Biden

L’attuale presidente statunitense – fresco di nomination al premio Nobel per la Pace - lo ha dichiarato pubblicamente, nel pieno di una campagna elettorale senza esclusione di colpi: le forze americane scenderanno da 5.200 uomini a 3.000. Se all’annuncio seguiranno i fatti, in questo modo Donald Trump riporterebbe indietro le lancette dell’orologio al 2015, cioè ai tempi dell’inizio della guerra all’Isis. Eppure la notizia non ha sorpreso né l’opinione pubblica né il suo elettorato, perché arriva dopo dichiarazioni analoghe sul disimpegno degli Usa dalla Siria, dall’Afghanistan e – appena poche settimane fa – anche dalla Germania, dove la presenza militare americana conta su quasi 12mila uomini: di questi la metà tornerà in Patria (6.400), mentre gli altri circa 5.600 militari saranno redistribuiti tra le altre basi statunitensi in Europa. Ma perché Trump vuole ridurre il contingente in Iraq, paese chiave nello scacchiere mediorientale? 

Secondo il comandante del Central Command, il generale Kenneth F. McKenzie Jr che ha giurisdizione proprio in Medio Oriente, “la decisione è dovuta alla nostra fiducia nella maggior capacità delle forze di sicurezza irachene di operare in modo indipendente”. Insomma, i compiti di addestramento e supporto sarebbero conclusi. 

A pesare, però, ci sono anche altri fattori.

 

Perché gli Usa vanno via dal Medio Oriente?

Nonostante il ritiro annunciato, la collaborazione tra Washington e Bagdad proseguirà all’insegna della cosiddetta “strategia del dialogo”, ossia un supporto seppure a distanza, concordato anche in occasione di una recente visita del premier iracheno a Washington. A incidere sulla decisione della Casa Bianca sarebbe stata la mutata situazione nell’area dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, avvenuta proprio in Iraq, che avrebbe innalzato la tensione mettendo a rischio l’incolumità dei militari americani nell’area. A pesare è anche la campagna elettorale: Trump non è nuovo a slogan che sostengono il ritorno a casa per i militari Usa, impegnati in quelle che anche in altre occasioni ha definito “guerre senza fine”. Insomma, la decisione risponderebbe a quell’inno ad “America first” che caratterizza anche la politica economica.  

D’altro canto anche Joe Biden, fin dai tempi della sua vicepresidenza con Barak Obama, ha sostenuto posizioni di disimpegno. E’ accaduto in Siria, in Libia e anche in Iraq. Da questo punto di vista entrambi i candidati sembrano cercare il sostegno di quella parte dell’opinione pubblica stanca o comunque restia a mantenere in piedi un apparato bellico in un’area considerata poco “strategica” per gli interessi nazionali, soprattutto dal momento che ormai gli Usa hanno raggiunto un’autosufficienza energetica che li rende indipendenti dal petrolio mediorientale

 

Non serve più il petrolio iracheno

Da tempo, infatti, gli Stati Uniti hanno adottato una strategia di approvvigionamento energetico (in particolare di petrolio) che mirasse a diventare indipendenti dai pozzi mediorientali. Non è un caso che la guerra del Golfo del 1991 fosse legata al tentativo di impedire all’Iraq di mettere le mani sui giacimenti del Kuwait, dopo la sua invasione. Lo stesso vale per il secondo conflitto dell’area, nel 2005, quando gli Usa dipendevano per il 60% del loro fabbisogno dalle importazioni. Ma oggi gli Stati uniti sono il primo produttore di greggio al mondo, con 15 milioni di barili al giorno, cioè 3 più di quelli dell’Arabia Saudita. Se però Trump e Biden sembrano convergere su questo punto, un ruolo non di secondo piano lo ricopre anche il Pentagono. 

 

Il terzo “attore” della campagna elettorale: il Pentagono

Non è un caso che lo scorso gennaio si sia sfiorato l’incidente “diplomatico” proprio la Casa Bianca e il suo potente ministero della Difesa. Il motivo era stata la diffusione di una indiscrezione proprio sul ritiro delle truppe Usa dall’Iraq. La notizia era legata alla circolazione di una lettera del Pentagono, firmata dallo stesso generale McKenzie, sulla pianificazione del disimpegno, che però venne poi smentita e definita “un errore di McKenzie”, una “bozza non firmata e mal formulata che mirava a sottolineare l’aumento livello del movimento di truppe, ma che non doveva essere inviata”, come chiarì il capo del Pentagono, Mark Esper. 

 

Quella missiva diventò comunque pubblica all’indomani dell’attacco a firma americana, nel quale rimase ucciso Soleimani, nell’aeroporto di Bagdad e dopo il quale le autorità irachene chiesero all’Onu di condannare il raid, ritenuto un’aggressione. Ora, a distanza di mesi, Trump avvalla invece quella che sembrava una linea sostenuta dal Pentagono. Secondo gli analisi lo scopo sarebbe duplice: ridurre il livello di esposizione americana (e di rischio) nell’area e ottenere l’appoggio dell’apparato militare con il quale i rapporti negli ultimi quattro anni sono stati a dir poco altalenanti. 

 

Cosa cambia per l’Italia?

Ma se per gli Usa l’area è poco “strategia”, così non è per l’Italia che potrebbe risentire della decisione americana. I militari italiani (circa 900) sono presenti in Iraq dove sono rimasti colpiti, seppure senza gravi conseguenze, anche in occasione degli attentati a Bagdad e Erbil, lo scorso gennaio, in raid iraniani in risposta all’uccisione di Soleimani. Ma il Parlamento ha autorizzato un incremento del dispiegamento (arrivando a 1.100 uomini) nell’ambito della coalizione internazionale anti-Isis, in stretto contatto con gli Usa. Cosa succederà se gli americani andranno via? L’ipotesi è stata in realtà già presa in considerazione tanto che in occasione degli ultimi vertici Nato è stato previsto un trasferimento progressivo di competenze dalla precedente missione contro lo Stato Islamico alla Nato Traning Mission, che comunque vede già l’impegno italiano con 46 unità. 

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