Le proteste a Hong Kong

Chi è “fast Beat”, leader della protesta di Hong Kong contro Pechino

Arrestato dopo le ultime manifestazioni contro la Cina, per “discorsi sediziosi”. Ma cosa c’è dietro il suo fermo e a che punto sono le manifestazioni

9 settembre 2020 10:36
Chi è “fast Beat”, leader della protesta di Hong Kong contro Pechino

Il suo nome è Tam Tak-chi, ma è più noto come Fast Beat. È l’attivista che guida da settimane le proteste a Hong Kong contro la Cina, che nel frattempo non ammorbidisce la propria linea, anzi. In occasione delle ultime manifestazioni nella ex colonia britannica è stato arrestato proprio il principale oppositore a Pechino, anche senza ricorrere alla recentissima (e contestatissima) legge sulla sicurezza. Ecco chi è l’ultimo oppositore, in ordine di tempo, ad essere finito in manette.

 

Chi è Fast Beat

La polizia è andata a prelevarlo nella sua abituazione. Tam Tak-chi, meglio noto come Fast Beat, è il vicepresidente del partito People Power, in prima linea nella battaglia per i diritti civili e le libertà democratiche nelle proteste che da mesi infiammano Hong Kong. Ex presentatore radiofonico (da qui il soprannome di Fast Beat, Ritmo veloce), 47 anni, è solo l’ultima vittima in ordine di tempo dell’ondata di repressione della polizia nei confronti delle proteste a Hong Kong. Con Tam Tak-chi sono state arrestate altre 289 persone.

 

Gli agenti della squadra per la sicurezza nazionale, creata di recente, gli hanno contestato l’accusa di aver pronunciato “discorsi sediziosi”. Avrebbe tenuto, infatti, 29 arringhe da fine giugno ad agosto, allestendo un palco improvvisato in strada soprattutto a Kowloon, il distretto centrale dove ha sede anche il parlamento della città-stato. Il pretesto sarebbe stato quello di parlare dell’epidemia Covid, in realtà Fast Beat avrebbe affrontato temi politici, “incitando all’odio e al disprezzo contro il governo” secondo le accuse ufficiali. Non gli è stata contesta, però, la violazione della nuova legge per la sicurezza, voluta da Pechino, bensì un reato più generico, forse proprio per sfuggire alle critiche della comunità internazionale e dell’ONU che ha considerato le norma lesiva delle libertà.

 

La legge della discordia e il no dell’ONU

Le ultime proteste, andate in scena il 6 settembre e che hanno portato all’arresto di poco meno di 300 persone, hanno visto scendere in piazza migliaia di persone che chiedevano elezioni imminenti, dopo il rinvio del voto al 5 settembre 2021, ufficialmente a causa del coronavirus. In realtà, secondo i manifestanti, si è trattato di un pretesto per impedire il legittimo esercizio del voto dopo mesi di tensioni e violenze seguite all’entrata in vigore della nuova legge sulla sicurezza, a fine giugno.

 

Si tratta di un atto che viola i patti tra Hong Kong e Pechino, che prevedono che la ex colonia britannica goda di un proprio sistema giuridico fino al 2047 e soprattutto che considera reati – tra gli altri - l’incitamento all’indipendenza e alla secessione. Dura la presa di posizione dell’ONU che, tramite un proprio team di esperti di diritto internazionale, ha ritenuto la legge una minaccia per i cittadini: “Siamo particolarmente preoccupati che questa legislazione possa ledere in modo inammissibile i diritti alla libertà di opinione, espressione e riunione pacifica” come scritto in una lettera inviata a Pechino.

 

I precedenti: Joshua Wong, Jimmy Lai, Agnes Chow

Secondo le Nazioni Unite, proprio la nuova norma avrebbe già permesso di arrestare i principali oppositori di Hong Kong. Il primo è stato Jimmy Lai, fondatore del quotidiano Apple ed editore particolarmente “sgradito” a Pechino. Poi è toccato ad Agnes Chow, cofondatrice del movimento pro-democrazia Demosisto. Classe 1996, l’attivista conta su oltre 460mila followers su Twitter e nel 2016 aveva dato vita al movimento che raccoglie numerosi studenti, insieme a Joshua Wong, anch’egli finito in carcere.

 

Sia Lai che Chow sono poi stati rilasciati su cauzione (il primo avrebbe pagato circa 50mila dollari per tornare libero), mentre è in “esilio volontario” a Londra l’altro fondatore di Demosisto, Nathan Law, fuggito a inizio luglio per evitare la cattura. Dopo l’arresto di Agnes Chow e l’allontanamento di Law, lo stesso movimento è stato sciolto e Joshua Wong ha rinunciato alla propria candidatura in vista delle elezioni, ora sospese.

 

Perché non si fermano le manifestazioni

Ma le manifestazioni proseguono, rinvigorite proprio dal rinvio del voto e nonostante arresti e censure. La stessa legge sulla sicurezza, infatti, ha introdotto restrizioni alla circolazione delle notizie, sia all’interno del territorio di Hong Kong, sia da e verso l’esterno. Ad esempio, agenzie di stampa internazionali come Associated Press, Reuters o AFP hanno subito forti limitazioni nell’accesso all’informazione su quanto accade nella ex colonia britannica. Il tutto mentre sono cambiati i vertici di emittenti come iCable e NowTV, ora guidate da dirigenti filocinesi.

 

Nel mirino delle proteste anche il film Disney “Mulan”

Se tutti i leader mondiali hanno criticato l’uso della violenza e l’inasprimento delle leggi sulla libertà di espressione volute dalla Cina, non sono mancate anche le proteste degli attivisti di Hong Kong contro la Disney. Nel mirino è finito il film d’animazione Mulan, o meglio l’attrice Liu Yifei, protagonista del remake del cartoon che narra la storia di un’eroina cinese.

 

Cittadinanza statunitense, ma di origini cinesi, la star avrebbe sostenuto la polizia di Hong Kong contro i manifestanti, come spiegato da Joshua Wong: “Siccome la Disney si prostra davanti a Pechino e siccome Liu Yifei ha pienamente e orgogliosamente appoggiato la brutalità della polizia a Hong Kong, invito tutti coloro che credono nei diritti umani a boicottare Mulan”.

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