Il passo indietro

Recovery Fund, la Germania: “Non è tempo di veti ma di solidarietà”

Con lo stop di Ungheria e Polonia i negoziati fanno ancora un passo indietro. Da Bruxelles attenzione sul piano dell’Italia per l’accesso alle risorse

17 novembre 2020 15:11
Recovery Fund, la Germania: “Non è tempo di veti ma di solidarietà”

È una corsa ad ostacoli quella per il via libera al Recovery Fund, vittima ancora una volta del meccanismo dei veti incrociati. Ungheria e Polonia hanno bocciato l’accordo sul Bilancio Ue 2021-2027 e l’avvio della procedura che consente alla Commissione di entrare nel mercato con l’emissione di titoli propri per finanziare i 750 miliardi del Next Generation Ue. Obiettivo di Varsavia e Budapest fermare l’intesa con il Parlamento europeo che subordina l’erogazione dei fondi alla ‘rule of law’ che rientra nell’intero blocco delle misure. "Chiedo a tutti di essere responsabili, non è tempo di veti ma di agire velocemente ed in uno spirito di solidarietà”, dichiara oggi il ministro degli Affari europei tedesco e presidente di turno del Consiglio Ue, Michael Roth. “In caso di blocco”, aggiunge, “gli europei pagherebbero un prezzo alto”.

 

Risorse europee in ritardo

La proposta della presidenza tedesca non fa passi avanti, anzi subisce una nuova e pericolosa battuta d’arresto che allontana ulteriormente i tempi di erogazione dei fondi europei. Il meccanismo delle condizionalità che vincola i fondi al rispetto dello stato di diritto ha trovato l’ostinata opposizione di Viktor Orban che ha avuto l’appoggio del collega polacco Mateusz Morawiecki. Un braccio di ferro di cui è difficile prevedere l’esito. Ma che, certamente, riporta indietro i negoziati. Non sono buone notizie per l’Italia che sta varando in questi giorni una manovra di Bilancio da 38 miliardi di euro, che seppur seguita da un nuovo scostamento, alla luce dei ritardi dei fondi Ue dovrà rivedere stime e conti.

 

C’è poi un altro passaggio da considerare. Ed è la ratifica dell’accordo sul Next Generation Ue da parte dei parlamenti dei Paesi del nord Europa. Con in testa l’Olanda di MarK Rutte che a marzo andrà al voto e che non ha mai visto di buon occhio il pacchetto sul Recovery Fund. Come Svezia, Finlandia e Danimarca. Il punto interrogativo c’è tutto ma sullo slittamento dell’entrata in vigore degli interventi non possono esserci dubbi. E se l’Ue non potrà emettere entro l’inizio dell’anno gli eurobond per ottenere la liquidità necessaria a finanziarie il piano di ripresa e resilienza, gli Stati membri saranno costretti a farne a meno ancora in primavera. Fino ad allora unica ancora di salvezza in ambito europeo resterà a Bce che continuerà ad acquistare i titoli dei singoli Stati.

 

Il piano italiano per l’accesso al Recovery Fund

Ma se a Bruxelles mettono ormai in conto il ritardo con cui partirà il pacchetto di aiuti per il rilancio economico e sociale post pandemia, i singoli Stati dovrebbero andare avanti nella stesura dei piani nazionali. Per ricevere sostegno vanno predisposti programmi di riforme e investimenti fino al 2026. L’Italia ha la possibilità di accedere a 209 miliardi di euro di cui 127 in prestiti. Ma a che punto è Roma nella progettazione degli interventi? Si è deciso su cosa investire? E’ stata creata la struttura di governo che dovrà pilotare strategie e scelte e verificare l’andamento del piano? Poco si sa a riguardo.

 

Mentre l’Ue guarda con particolare attenzione all’Italia e ai suoi conti pubblici. Secondo quanto riportato da un noto quotidiano - che riprende un documento di Marco Buti, capo di gabinetto del commissario italiano all’Economia Paolo Gentiloni, e già direttore per l’Economia e Finanza presso la Commissione europea - l’Italia dovrebbe attrezzarsi meglio per la governance del piano nazionale. A partire dalla costituzione di una cabina di regia, anche con poteri commissariali. E dalla previsione di operazioni cui destinare le risorse del Recovery Fund in grado di ridare slancio alla crescita e di perseguire l'obiettivo di un progressivo contenimento del debito pubblico a medio termine. Si spingerebbe, pertanto, perché ci siano pieni e ampi poteri dell’esecutivo per far funzionare i progetti e strutturare le riforme necessarie. Ma si sa ancora troppo poco sulle armi che il Governo intende mettere in campo. E forse è tempo che ci sia più chiarezza sul da farsi. Tanto più che con la seconda ondata della pandemia il rischio di una nuova impennata di deficit e debito è reale.

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