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Le comunali della Capitale

Sindaco Roma, Pd fuori tempo massimo. E Calenda spariglia i giochi

Il segretario Zingaretti ha bisogno di un nome forte. Ma se Sassoli continua a sfilarsi il Nazareno rischia di non condurre la partita del Campidoglio

9 ottobre 2020 15:23
Sindaco Roma, Pd fuori tempo massimo. E Calenda spariglia i giochi

Mentre si affolla sempre più il parterre dei piddini che vorrebbero varcare la soglia del Colle più alto di Roma, il Quirinale, la corsa per le comunali nella capitale si impoverisce tra dinieghi e fughe imbarazzate. Quel Colle lì, il Campidoglio, a differenza del primo, proprio non interessa i dirigenti più influenti e con maggiore appeal elettorale dei democratici. Come altre personalità di spicco in città.

 

In tanti hanno già detto No: Enrico Letta, il capo della Polizia Franco Gabrielli, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi e, ora, anche David Sassoli. Ma il segretario Nicola Zingaretti è convinto che l’attuale presidente del Parlamento europeo possa davvero essere il suo asso nella manica. Perciò non accetta il ‘gran rifiuto’ e conta sull’ex volto del Tg1 per uscire da un’impasse imbarazzante che, alla lunga, potrebbe metterlo in serie difficoltà. Soprattutto, se dovesse spuntar fuori la candidatura dell’outsider Carlo Calenda. 

 

Andiamo con ordine. Dopo le regionali, il Movimento Cinque Stelle ha assunto una linea molto più morbida circa la possibilità di alleanze territoriali con il Pd. L’esito della tornata elettorale di due settimane fa è stato talmente disastroso da convincere, almeno la sponda di Di Maio &Co, che alle comunali bisogna andare insieme. O il destino inesorabile sarà quello di perdere ogni riferimento nelle assemblee consiliari delle città più importanti del Paese. Perciò, stavolta, i seguaci di Beppe Grillo sarebbero d’accordo con Zinga, che aveva già spinto per il patto giallorosso in tutte le regioni, riuscendo però portarlo a casa solo in Liguria.

 

D’altro canto, il voto per i governatori ha dato un altro importante segnale al Nazareno. In Puglia e in Toscana la vittoria del centrosinistra porta anche la firma di quei cinquestelle che hanno optato per candidati presidenti del centrosinistra, pur di fermare l’avanzata della destra. Altro punto a favore di Zinga. Che adesso gode oggettivamente di una posizione di maggiore peso politico, anche in seno all’esecutivo nazionale. Ma c’è un ‘ma’. Se il segretario non trova per il Campidoglio un nome davvero spendibile e con reali chances di vittoria, nella partita delle candidature romane rischia di doversi piegare a scelte già fatte dai grillini.  E il nome su cui l’alleanza si espone a un corto circuito certo è quello di Virginia Raggi. La sindaca meno stimata nella storia dei primi cittadini eletti direttamente all’ombra del Colosseo, ha ottenuto dai vertici 5S (allo sbando) la candidatura bis.  Una scelta folle e un suicidio annunciato. Ma che al ballottaggio, con un Pd che non vince al primo turno, potrebbe avere il suo perché.

 

C’è dell’altro. In assenza di un ‘big’ in corsa, Zinga dovrebbe dare il via libera alle primarie per scegliere il papabile tra nomi pressoché sconosciuti. Consapevole che le primarie portano la selezione del candidato al di fuori delle stanze del Nazareno. E questo il segretario vorrebbe evitarlo. Non a caso il suo vice, Andrea Orlando, ha dichiarato: “Il partito romano deciderà nelle prossime ore il percorso migliore, il Pd può individuare la personalità, ma non credo che si debba seguire per forza la strada delle primarie. Non sono la panacea". E sulla Raggi: "Nella capitale il giudizio è chiaro: si deve superare quella esperienza, che ha dato alla città' cinque anni di inefficienza”.  

 

Ed è davvero questioni di ore. Perché se la candidatura del leader di Azione, Carlo Calenda, dovesse arrivare prima di una scelta ‘forte’ del Pd, potrebbe sparigliare i giochi. E costringere Zingaretti a rincorrere ancora decisioni di altri con una limitata libertà di movimento. Calenda è romano, di certo non molto simpatico, ma agguerrito e noto anche a livello nazionale. Con una sua lista attingerebbe al bacino elettorale del centrosinistra. Soprattutto, se a correre per il Pd, ci fosse un candidato debole e sconosciuto ai più. A meno che Zinga, con Sassoli che non si piega e senza altri nomi di spicco, non si convincesse a un’altra scelta: remare per l’ex ministro facendo confluire sul quel nome un’alleanza che in città unirebbe forze moderate e progressiste. Anche se molto probabilmente con la sinistra radicale e associazioni e movimenti che ne resterebbero fuori. Fantapolitica? Chissà, in fondo la politica è l’arte del possibile. E il tempo stringe.

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