Le comunali della Capitale

Comunali Roma: Calenda si candida a sindaco, gelo nel centrosinistra

Zingaretti battuto sul tempo e senza ‘big’. Il leader di Azione auspica un “appoggio ampio” ma è difficile dire quali saranno le prossime mosse del Pd

19 ottobre 2020 11:47
Comunali Roma: Calenda si candida a sindaco, gelo nel centrosinistra

Meno spavaldo, per niente aggressivo, a tratti persino ingessato. Carlo Calenda ha già indossato gli abiti del candidato sindaco della Capitale e ieri sera durante la trasmissione televisiva “Che tempo che fa" di Fabio Fazio ha ufficializzato che correrà per diventare primo cittadino di Roma.  “Auspico un consenso ampio, cercherò in tutti i modi possibili di mettere insieme una squadra molto larga”, ha detto. Ma intanto dal centrosinistra è gelo. 

 

Zingaretti silente

L'annuncio quasi scontato del leader di Azione – da dieci giorni la sua candidatura veniva data per certa -  non cambia di molto il clima che si respira nel centrosinistra sull’ipotesi della sua discesa in campo. L’unico a dare l’appoggio è stato ieri Enrico Letta: “Carlo Calenda candidato sindaco di Roma? Mi sembra una buona opzione, sarà poi Nicola Zingaretti a decidere”. Ma il punto è che proprio il segretario del Pd è il più algido di tutti. Da lui silenzio assoluto.

 

Le primarie che vuole il Pd

I dem fanno sapere che quella delle primarie per la capitale sarebbe un’opzione da seguire. Ergo: la segreteria non sa che pesci prendere, meglio rimettersi alla scelta degli iscritti. Ma lo stallo attuale del Pd che sul futuro di Roma non riesce a decidere non è un buon segnale. Almeno per un partito che, parola del segretario, aspira ad essere “il primo” nel Paese. E che sulla capitale fatica ancora a mettersi davvero in gioco per la partita elettorale più importante del prossimo anno. I cosiddetti ‘big’ che avrebbero potuto dare una reale chance di vittoria al segretario, non ne vogliano sapere di scendere in lizza. Ad uno ad uno si sono defilati. A partire dall’attuale presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. Che alle primarie per la corsa a sindaco di Roma partecipò nel 2013 con Paolo Gentiloni, oggi commissario per l’Economia a Bruxelles. Entrambi battuti da Ignazio Marino, non romano, uomo lontano dalla nomenclatura capitolina, battitore libero poco legato all’ortodossia di partito.  Da allora sembra passata un’eternità. Il quadro è cambiato. Sia a destra (vedi Giorgia Meloni, anche lei orientata verso ben altri orizzonti), sia a sinistra, quella poltrona non è più ambita. Non dai vertici dei partiti. 

 

Calenda rompe le uova nel paniere

In una cornice di impasse come questa la candidatura dell’ex ministro dello Sviluppo Economico e deputato europeo (eletto con i voti del Pd, poi abbandonato dopo il patto di governo giallorosso) è ovvio che rompa le uova nel paniere al Pd. Non perché Calenda abbia un già consolidato bacino elettorale, quello semmai è tutto da costruire. Non a caso, visto che i voti non li ha, confida in un “appoggio largo” delle forze di centrosinistra. Ma perché rientra nella categoria di quei ‘big’ – è stato ministro ed è un volto noto a livello nazionale – di cui sembra che per il Campidoglio ci sia penuria nel Pd. Intendiamoci: Calenda deve la sua fortuna soprattutto all’esposizione mediatica sui canali nazionali, a dire il vero poco giustificata in questo ultimo anno dall’effettivo peso politico di ‘Azione’. Quanto alle sue capacità politiche, molto discusse quando è stato ministro, e di amministratore se verrà votato, gli elettori hanno pochi elementi di valutazione. Tuttavia, tra la sindaca uscente Virginia Raggi e qualche candidato sconosciuto del Pd, Calenda potrebbe fare la differenza.    

 

Il Pd battuto sul tempo

Il movimento ‘Azione’ siede al tavolo del centrosinistra che si è aperto la scorsa settimana in vista delle elezioni comunali, ma la strada è in salita. Sulle primarie Calenda è stato chiaro: farle “oggi sarebbe complicato, farle più avanti significherebbe parlarci addosso per mesi”. E sull’attuale sindaca: “I mali di Roma vengono da lontano, ma con M5S e Raggi è peggiorato tutto. La gestione dei Cinque Stelle è stata disastrosa”. Dunque, niente primarie e niente alleanza con i grillini. La storica allergia al Movimento di Di Maio &Co pone Calenda fuori da qualsiasi accordo che, invece, Zingaretti non esclude. Anzi, caldeggia. Eppure, l’ex ministro al momento ha tre vantaggi: ha battuto il Pd sul tempo costringendolo a valutare la sua candidatura per tutto il centrosinistra o, in caso contrario, a trovare un nome in grado di competere quanto a notorietà con il suo. Secondo: eroderà voti al centrosinistra, anche se aspira pure a quelli di centro della coalizione Forza Italia – Lega - Fratelli d’Italia. Terzo: comunque andrà sarà un successo. La campagna elettorale darà ad Azione, oggi data all’1,5-2%, visibilità e opportunità di crescita. Zingaretti e il Pd ora dovranno tirar fuori qualcosa di più delle primarie dal cilindro.

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