Conte scodella due leggi finanziarie, a debito e dando poco a molti

Prevale la logica del contenitore omnibus e degli interessi frammentati. Non ci sono né potevano esserci scelte politiche di modernizzazione del Paese

13 maggio 2020 22:15
Conte scodella due leggi finanziarie, a debito e dando poco a molti

In teoria sarebbero bastate al massimo 10 righe per dire che venivano abolite tasse e contributi sino al 31 dicembre 2020.  La misura, semplice e diretta (e anche etica poichè rivolta a chi le tasse sinora le ha pagate), avrebbe potuto poi essere integrata con gli aiuti necessari ai più deboli, le norme per far arrivare sul serio la cassa integrazione, la regolarizzazione degli immigrati che servono all’agricoltura e quant’altro. Invece abbiamo un testo di 495 pagine che possono salire o scendere nel testo che va in Gazzetta ufficiale, oltre un mese di preparazione e altri due mesi affinché sia convertito in legge con il rischio che tanti pezzi non siano poi più gli stessi, mentre gli aventi diritto boccheggiano e tante microaziende chiudono, per distribuire 55 miliardi con l’idea di dare poco a tutti. Un intervento semplice ed efficace, il taglio dell’Irap di giugno per tutte le aziende sino a 250 milioni di fatturato chiesto da Carlo Bonomi, poi l’Ecobonus al 110 per cento per rimettere in moto il volano occupazionale dell’edilizia. Il resto, ed è comunque tanta roba, è quanto di solito si mette nelle leggi finanziarie: norme di tutti i tipi per rinnovare la validità di altre leggi, misure spicciole per micro settori, insomma il trionfo di tutto quanto fa burocrazia, nel bene e nel male.

 

Conte stavolta si è fatto affiancare da Bellanova, che si è commossa dicendo che da oggi “gli invisibili saranno meno invisibili” con la regolarizzazione e che a distanza di nove anni ha emulato le lacrime di Fornero sugli esodati. Per fortuna, agli immigrati è andata meglio di chi allora restò senza pensione e senza stipendio. E da Gualtieri, Speranza (il quale ha fatto sapere che grazie al decreto le terapie intensive passeranno da circa 5 mila a più di undicimila) e Patuanelli, non a caso gli esponenti di tutti i partiti della maggioranza.  Ha così evitato l’immagine dell’uomo solo al comando che aveva sparso a piene mani nei giorni scorsi in tv con il video che lo ritraeva da solo nel corridoio che porta al suo ufficio di palazzo Chigi.

 

Ha detto che si è trattato di “un lavoro incredibile fatto giorno e notte con grande fatica”, ha assicurato che non gli è sfuggito il nostro grido di allarme, che “si è fatto carico” della sofferenza, qualche volta ha confuso milioni con miliardi ma ha fatto l’elenco dei principali destinatari delle misure, dai ristoratori agli insegnanti. Ha calcolato che 25,6 miliardi vanno direttamente ai lavoratori e 15-16 miliardi alle imprese. Ha sottolineato anche lo stanziamento di un miliardo e 400 milioni per la ricerca e i 40 milioni per i disabili. Ha citato, sanità, scuola, cultura, università e turismo. Ha evitato riferimenti a grandi leader e a citazioni preziose.

 

In generale, i fatti su cui non si riflette abbastanza sono due. Il primo: solo il Covid poteva permettere ad un governo che a fine gennaio stava per essere sfiduciato di poter gestire non solo la drammatica emergenza sanitaria (essenzialmente con l’invito a stare a casa) ma anche e soprattutto una manovra economica da 55 miliardi, equivalente a due anni di leggi finanziarie. Una sorta di overdose di burocrazia e di potere anche perchè fatta a debito, quindi senza problemi di consenso sociale, e superiore anche alla storica manovra con cui Giuliano Amato nel 1992 mise le mani sui conti correnti degli italiani. Insomma, una roba mai vista nella storia recente della Repubblica, in cui era stata infilata anche la norma che aiutava i conti dei partiti, poi eliminata in un soprassalto di pudore. Ma quando potremo leggere il testo davvero definitivo, di sorprese e di clientele ne troveremo moltissime.

 

Il secondo, nel maxi provvedimento prevale la logica dell’interesse: personale, di gruppo, della perpetrazione burocratica degli adempimenti (se non ce ne sono almeno venti, come nel decreto liquidità, non se ne fa nulla), farmacisti e case farmaceutiche, e chi più ne ha più ne metta. Anche gli interessi dei partiti in quanto tali, una volta capaci di veicolare esigenze più condivise, oggi arretrano di fronte agli interessi delle piccole formazioni più capaci di fare guerriglia. E poi gli interessi frammentati diventano anche e volentieri conflitti di interesse. 

 

Il punto è che manca la sintesi politica che ha una sola definizione: interesse generale del Paese, quello che gli stessi corpi intermedi devono difendere anche a costo di scendere in piazza. E quindi scelte forti e chiare. Vedremo in quanto tempo il decreto sarà realmente operativo e se riuscirà a dare la scossa che serve. Evitiamo di giudicarlo per le indicazioni paternalistico-dirigiste che contiene, per i milioni di passaggi burocratici che complessivamente comporterà poichè comunque i riferimenti normativi non si potevano eludere. Evitiamo di far confusione o, peggio, paragoni fra reddito di cittadinanza, di emergenza e i 600 euro alle partite Iva confermati anche per aprile e maggio. Evitiamo l’impressione forte  di una cappa ancora più grande di adempimenti sugli operatori economici che pesano quindi sulla ripresa, a partire dalle diverse metrature con cui a seconda del luogo, ristorante o spiaggia o autobus, dove si deve fronteggiare il virus.

 

Il Paese, con le sue gravissime difficoltà, del resto evidenti prima della pandemia, resta sullo sfondo. Con l’idea che in qualche modo ce la farà, magari dando fondo al risparmio privato o compromettendo la propria manifattura, come vogliono tedeschi e francesi. E meno male che il Covid sinora non ha attaccato il centro Sud con la stessa violenza dimostrata in Lombardia. Conte infine ha annunciato anche un nuovo decreto comportamentale per la fase che parte dal 18 maggio. Congiunti e affetti stabili sono avvisati.

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