Conte-Fontana: si riaccende il conflitto tra Stato e Regioni

L’emergenza sanitaria ha segnato un punto di non ritorno nei rapporti centro-periferia. Tra errori, caos normativo e quel Titolo V da riformare, di nuovo.

15 giugno 2020 15:21
Conte-Fontana: si riaccende il conflitto tra Stato e Regioni

Non è solo una questione di responsabilità penale. Il conflitto che si è aperto tra Governo nazionale e Regione Lombardia sulla mancata istituzione i primi di marzo della “zona rossa” nei comuni di Alzano e Nembro riaccende ancora una volta, e in uno dei momenti più drammatici della storia del Paese, il problema delle attribuzioni delle competenze tra potere centrale e quello periferico. Un conflitto reso ancor più allarmante dalla materia del contendere - la salute dei cittadini – e dalla possibilità di evitare migliaia di morti, mentre la pandemia avanzava violenta colpendo per prime alcune aree del nord Italia. Lo spettacolo non è edificante, né rispettoso verso le vittime e i loro familiari. E pone sul tavolo della politica, al di là dei risvolti giudiziari, due temi di rilievo.

 

Il primo riguarda la necessità di ‘rivedere’ quello che non funziona nella ripartizione delle competenze tra Stato ed enti locali. La riforma del Titolo V della Costituzione, approvata con la legge costituzionale n. 3 del 2001, se ancora ce ne fosse bisogno, sta mostrando tutti i suoi limiti e le sue incongruenze. Quel riordino delle attribuzioni in senso federale ha riconosciuto pari dignità istituzionale allo Stato e alle Regioni e ridisegnato l’assetto del governo territoriale mutando i rapporti tra centro e periferia. Ancora oggi, però, non è chiaro se l’Italia sia uno Stato centrale o federale. Il disordine sulla competenza legislativa – la riforma ha rafforzato la potestà normativa regionale ma ha creato confusione specie per le materie a legislazione concorrente, come appunto la sanità – ha finito per ingolfare la Corte Costituzionale. Che negli ultimi anni si è vista aumentare la mole di lavoro per conflitti tra Stato e Regioni proprio a causa di un dettato costituzionale decisamente opaco. E probabilmente di stampo ‘cerchiobottista’. Il nuovo Titolo V è una riforma a metà e che segna il fallimento del decentramento regionale, almeno così come è stato concepito. Anche a giudizio di una buona fetta di costituzionalisti. 

 

L’ex ministro della Giustizia e presidente emerito della Consulta, Giovanni Maria Flick, ha ricordato in diverse occasioni che “quella riforma fu fatta per accontentare la Lega. In fretta perché si era a fine legislatura e con la legna a disposizione, cioè con pochissimi voti di maggioranza. Esattamente il contrario di come si fanno le riforme costituzionali che richiedono tempo e una maggioranza più ampia possibile”. Le nuove norme costituzionali del Titolo V passarono alla fine con referendum costituzionale, che a differenza dei successivi (quelli del 2006 e del 2016) confermò le modifiche alla Carta approvate dal Parlamento. “Ma l’errore”, spiega Flick, “fu costruire il rapporto Stato e Regioni con un eccesso di decentramento, eliminando il concetto di interesse nazionale e introducendo un meccanismo complicatissimo. Vi sono materie riservate in via esclusiva allo Stato e quelle cosiddette concorrenti, in cui Stato e Regioni vengono chiamati a lavorare insieme come il gatto e la volpe. A livello centrale si detta l’impostazione generale delle leggi, a livello regionale la regolamentazione effettiva”. Il risultato è stato l’opposto di quello che la riforma avrebbe dovuto assicurare.

 

Il secondo tema tocca l’utilizzo dello strumento del Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri ndr) da parte del Governo nella gestione delle diverse fasi della pandemia. Un metodo contestato al premier sul piano politico come su quello giuridico. Il suo uso poteva essere giustificato in una fase iniziale e per dare uniformità all’azione dell’esecutivo nell’emergenza. Ma poi ha finito col creare ulteriori complicazioni nell’intricato quadro normativo alla base dei rapporti Stato-Regioni. 

 

Già il Decreto legge del 23 febbraio aveva innescato polemiche favorendo, per la genericità di alcune disposizioni, il proliferare delle ordinanze dei governatori in deroga ai provvedimenti nazionali. Con il Dl n. 19 del 25 marzo l’esecutivo giallorosso imbocca un’altra strada. Stabilendo da quel momento il ricorso ai decreti del presidente del Consiglio per l’adozione di misure urgenti, sentite previamente le Regioni (il parere è da ritenersi obbligatorio). E che eventuali norme più restrittive i governatori avrebbero potuto emanarle solo per “specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario nel loro territorio” e in attesa dell’emanazione del Dpcm. Comunque, mai in contrasto con esso. Da qui, la difficoltà di appurare i reali poteri di Fontana e dei suoi colleghi delle altre Regioni.  E se quei pareri-obbligatori- siano stati chiesti e ottenuti, oppure no. D’altro canto, è pur vero che le Regioni l’appiglio per intervenire l’hanno sempre avuto. La legge sul Servizio sanitario nazionale del 1978 attribuisce ai governatori, come ai sindaci, il potere di emettere ordinanze urgenti per la tutela tempestiva della salute dei cittadini. Diverse Regioni, ma non la Lombardia, vi hanno fatto ricorso.

 

In attesa di capire cosa è accaduto davvero, un dato resta incontrovertibile. Il marasma di leggi e decreti ha costituito un handicap nella gestione dell’emergenza coronavirus e ha amplificato dispute e conflitti rallentando decisioni urgenti. Di certo, per Nembro e Alzano quei primi giorni di marzo nelle cabine di regia qualcosa non ha funzionato.

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