Il Plan Franceschini

Franceschini vuole un patto con l’opposizione su riforme e fondi Ue

Cresciuto nella Dc il ministro della Cultura, riferimento dell’area cattolica di centrosinistra, guarda al centrodestra e al match per il dopo Mattarella

28 settembre 2020 17:18
Franceschini vuole un patto con l’opposizione su riforme e fondi Ue

C’è un centro cattolico progressista tra le anime del Pd che crede fermamente nel metodo e nei valori delle tradizione politica democratico-cristiana. E Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali e capo delegazione dem nell’Esecutivo a guida Giuseppe Conte, ne è il rappresentante di spicco. In un’intervista al quotidiano la Repubblica, il più democristiano tra i big del Nazareno, conferma indole, formazione e metodologia in vista dei prossimi obiettivi che attendono il Paese. E, presumibilmente, del grande match per l’elezione a inizio 2022 del nuovo Capo dello Stato. A cui potrebbe aggiungersi la partita per lo scranno più alto di Montecitorio, se dovesse trovare conferma l’ipotesi che il grillino Roberto Fico corra per la poltrona di sindaco di Napoli.  

 

L’arma del dialogo e del compromesso

“Emergenza Covid, Recovery Fund e riforme istituzionali” sono le “priorità” da affrontare secondo Franceschini. Che, con un guizzo di onorevole esercizio delle sue virtù diplomatiche, le trasforma in “terreno formidabile per cercare di costruire un rapporto con l’opposizione, naturalmente in Parlamento e attraverso il dialogo Stato-Regioni”. Ci crede, il più volte ministro e anche sottosegretario a Palazzo Chigi nei governi D’Alema e Amato. Perché, dice, “al centrodestra dopo le ultime regionali mi pare sia passata la voglia di andare subito al voto”. Dunque, il momento è propizio per impugnare l’arma del ‘dialogo’ e lanciare l’amo all’opposizione. Che non è uscita benissimo dalla tornata elettorale del 20 e 21 settembre e che vede la leadership di Matteo Salvini meno stabile di qualche mese fa. Con Lega e Forza Italia che non hanno alcun interesse ad anticipare il voto politico - meno timorosa potrebbe essere Giorgia Meloni in costante crescita - il centrodestra cerca una pausa. 

 

Il Recovery plan 

Ma la posta in gioco da qui ai prossimi due anni è molto alta. Oltre alla pandemia da cui il Paese non è ancora fuori, ci sono i 209 miliardi di euro che il Next Generation Eu ha messo a disposizione dell’Italia. Di cui una parte in trasferimenti diretti e un’altra, 129 miliardi, in prestiti. Lega, FdI e Azzurri non hanno la minima intenzione di restare fuori dal piano per la ripresa economica, il più  imponente  da 70 anni a questa parte, e che dovrà essere coerente con investimenti e riforme. E poi ci sono i correttivi che devono far seguito alla riforma della Costituzione che taglia il numero dei parlamentari e le modifiche dei regolamenti di Camera e Senato. Non è un caso che ministro della Cultura chiami in causa il rapporto Stato-Regioni. In Italia bene 15 sono quelle amministrate dal centrodestra, eludere un compromesso con i governatori è impossibile oltre che controproducente. 

 

Riforme e legge elettorale

Non è la prima volta che Dario Franceschini lancia l’idea di un patto per le riforme con l’opposizione. Già il 9 settembre dalle pagine del quotidiano la Stampa aveva iniziato a tessere la sua tela, ancor prima del risultato referendario e delle regionali. In quell’occasione l’alleato di Governo ed ex capo dei 5S, Luigi di Maio, si era detto concorde sulla necessità di un “processo di modernizzazione del Paese” e oggi va anche oltre dichiarando al Corriere della Sera di essere “disposto ad affrontare il tema del bicameralismo perfetto”. Ma prima ancora di arrivare così lontano incombe sulle forze parlamentari la riforma del sistema di voto.

 

“Per fare una buona legge elettorale devi avere prima l’accordo nella tua maggioranza”, dice Franceschini e “poi devi allargare il più possibile il consenso all’opposizione”. Soprattutto se Renzi o qualcun altro della maggioranza si mette di traverso, come è accaduto quest’estate in Commissione Affari Costituzionali della Camera. A quel punto, un patto con il centrodestra può essere un ancora di salvataggio per avere i numeri e votare. I cinquestelle sono favorevoli a una soglia del 3% che andrebbe bene anche ad Italia Viva, ma adesso un nodo aperto è quello delle preferenze.

 

I cattolici del versante conservatore

Nel centrodestra è a Forza Italia che potrebbe far comodo un ritorno al proporzionale. Esattamente come prevede il Germanicum su cui c’è un accordo di massima nella maggioranza giallorossa. Ed è alla sponda azzurra che guarda il riformatore Franceschini. I sommovimenti nel versante conservatore della diaspora democristiana non mancano e nemmeno l’insofferenza verso l’egemonia del Carroccio. Tendere la mano a quelle forze – Mara Carfagna e Giovanni Toti guidano il fronte centrista e potrebbero raccogliere in un prossimo futuro adesioni tra i più moderati di destra -  potrebbe far gioco per un progetto più ambizioso ancora. 

 

La partita del Quirinale 

Il ministro alla Cultura non è stato premiato dal voto alle ultime politiche. ‘Bocciato’ nella sua Ferrara nel collegio uninominale, se oggi ha un seggio da parlamentare è perché è stato ‘ripescato’ come capolista per un collegio plurinominale nella sua regione. Ma sulla sua capacità di stare a galla, di superare sconfitte, e di attraversare laicamente più fronti cattolici – dalla Dc, ai Cristiano Sociali, al Ppi, alla Margherita fino al Pd – non ci sono dubbi. E’ lui oggi ad essere nel centrosinistra il riferimento del ‘grande centro’ di ispirazione cattolica. Quell’area che seppur divisa in mille rivoli e partiti da Tangentopoli in poi, sul piano ideologico mantiene una forte caratterizzazione identitaria.

 

E che ora non vuole lasciarsi sfuggire la sfida del Quirinale dopo la fine del settennato di Mattarella o anche quella per la terza carica dello Stato, la presidenza di Montecitorio, se Roberto Fico dovese competere per diventare sindaco del capoluogo campano. Franceschini   continua a negare di avere aspirazioni in tal senso, ma intanto lavora in perfetto spirito bipartisan in cerca di alleanze e patti duraturi con le ‘gambe’ cattoliche a destra e a sinistra. Tanto il ‘terzo polo’ dopo la debacle grillina delle regionali non esiste più.

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