Mose Venezia: oggi il test generale sulle paratie mobili

Per il premier l’opera “va completata entro l’autunno”. Intanto Zaia apre il problema della gestione che vale 100 milioni l’anno e dice: “Torni al Comune”

10 luglio 2020 14:26
Mose Venezia: oggi il test generale sulle paratie mobili

E’ stata la giornata della prova generale di innalzamento delle 78 paratie mobili del Mose. Un’opera che tra scandali, tangenti e un fiume di miliardi spesi, ancora non vede il completamento. Oggi a Venezia per la “verifica dell’andamento dei lavori” c’erano il premier Giuseppe Conte e la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli che hanno assistito, insieme al governatore Luca Zaia, al test dalla ‘control room’ allestita nell'isola artificiale del Lido. Per la prima volta dall’inizio della sua realizzazione, avviata nel 2003, tutto il sistema delle dighe mobili, che dovrebbero salvare Venezia e la laguna dal fenomeno delle acque alte, è entrato in funzione. Alle tre bocche del porto del Lido di Venezia le paratie si sono alzate separando così la laguna dal mare.


Dopo la drammatica notte dello scorso 12 novembre - quando la marea record di oltre 180 centimetri colpì la città senza la possibilità di azionare le dighe, ancora oggi prive di collaudo – il Governo aveva voluto un’accelerazione dei lavori. E a stretto giro aveva nominato un super-commissario del Mose, l’architetto Elisabetta Spitz. “Questa opera non l'abbiamo progettata noi”, ha detto oggi Conte, “ma siamo all'ultimo miglio e di fronte all'ultimo miglio la politica si assume le proprie responsabilità. Il Mose va completato e dobbiamo fare in modo che il prossimo autunno-inverno ci sia uno strumento di salvaguardia”. “Mille chilometri di tubazioni e 100 di cavi elettrici”, ha spiegato Spitz. Confermando che “dal prossimo autunno in caso di maree alte o altissime” si sarà in grado “di sollevare le paratoie e proteggere dall’acqua alta le isole della laguna e la città di Venezia”. Ma per completare l’opera “ci vorranno altri 18 mesi”.


Dunque, dopo 17 anni dall’inizio dei lavori, ancora un anno mezzo separa il Mose dal collaudo finale. Trenta anni di studi e progetti e quasi due decenni di cantieri aperti non sono bastati per vedere la fine di un‘opera’ che di diritto è nel palmares delle grandi incompiute d’Italia. E tra quelle che più sono costate alle casse dello Stato, ovvero alle tasche dei contribuenti. Tra ritardi, lavori fermi, inchieste giudiziarie su mazzette e corruzione, i 4 miliardi iniziali sono lievitati progressivamente. Fino ai 6 attuali cui vanno aggiunti i costi annui di manutenzione, circa 100 milioni ogni 12 mesi. Costi che non stupiscono chi si è sempre opposto al progetto. E che avrebbe optato senza dubbi per altre soluzioni, meno dispendiose e più efficienti. Tra questi Massimo Cacciari, primo cittadino di Venezia per tre mandati e tra i più strenui oppositori del Mose. Più volte ha dichiarato: “c’erano altre ipotesi che potevano funzionare ma guarda caso si scelse quella più costosa”. Da sempre contrari i movimenti ‘No Mose’ e gli attivisti del comitato ‘No Grandi Navi’. “Il Mose è un mostro che da quasi trent'anni succhia risorse pubbliche contribuendo alla rovina della città”, hanno dichiarato. “Ci hanno detto che anche dopo il 12 novembre 2019 sarebbe stata l'unica soluzione per salvare Venezia: è una bugia vergognosa. Il Mose ucciderà la laguna, distruggerà questo ecosistema unico e delicatissimo”. Tra le barche dei manifestanti e le forze dell’ordine non sono mancati questa mattina momenti di tensione. Nonostante le proteste Conte ha ribadito: “E’ giusto avere dubbi, è giusta la dialettica, ma dico a chi sta protestando, a cittadini e intellettuali, concentriamoci sull'obiettivo di completare il Mose. Facciamo in modo che funzioni”.


E c’è chi guarda già al dopo e alla gestione del Mose una volta completato. Gestione che, senza troppi giri di parole, il governatore del Veneto vorrebbe ‘riportare a casa’, affidandola al sindaco di Venezia. “Una partita che vale 100 milioni di euro all'anno e non sono pochi” ha detto Zaia. Chiedendo al premier di “rivedere una scelta infelice e improvvida del governo Renzi del 2014”. In quell'occasione, ha spiegato, “fu decretata la fine del magistrato alle acque nato nel 1501. Io direi che è ora di ripristinare questo ragionamento, di portarlo avanti e di dare la gestione al Comune perché se c'è l'acqua alta è giusto che il sindaco risponda ai cittadini e governi tutta la partita”. Il premier non ha raccolto l’’invito’. "Il governatore Zaia ha evocato una figura di grande tradizione storica. Ma col magistrato alle acque si assumerebbe la responsabilità di un'opera estremamente complessa una singola persona, mentre la struttura a cui lavora il governo “, ha detto, “sarà collegiale e vi faranno parte tutte persone che hanno titolo, anche a livello territoriale".

COPYRIGHT THEITALIANTIMES.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA