Il rilancio in salita

Recovery Fund, spaccature in Europa su stato di diritto e bilancio

L’ostinata Olanda guida i ‘frugali’ e si mette ancora di traverso facendo blocco con Ungheria e Polonia. La Germania avverte: “inevitabili ritardi”

1 ottobre 2020 14:49
Recovery Fund, spaccature in Europa su stato di diritto e bilancio

Che i Paesi cosiddetti ‘frugali’- a luglio scorso costretti a ingoiare il rospo di un Recovery Plan con poche condizionalità e, persino, con la previsione del ‘debito comune’ - si sarebbero messi di traverso alla prima occasione utile, era prevedibile. Allora, in seno al Consiglio europeo l’asse franco-tedesco in favore dei Paesi del Sud, Italia in testa, aveva avuto la meglio sul fronte degli Stati del Nord, con l’Olanda capofila. Ma, adesso, che quel Piano da 750 miliardi di euro deve tradursi in norme, procedure e provvedimenti di attuazione la strada è di nuovo in salita.  

 

La Germania ammette le difficoltà

La presa d’atto è arrivata ieri da parte dell’ambasciatore tedesco, Michael Clauss. Al termine della riunione con i colleghi dei 27 per discutere lo stop ai fondi per i Paesi che non rispettano lo Stato di diritto, ha ammesso: “E’ aumentata la mia preoccupazione che con il dibattito che si è acceso si vada sempre più incontro ad un blocco sull'insieme dei negoziati sul Bilancio”. E poi: “Già ora, saranno molto probabilmente inevitabili ritardi con conseguenze per la ripresa economica dell'Europa”. Una doccia fredda per Roma e altre capitali per le quali i tempi di accesso ai fondi europei sono importanti almeno quanto il loro ammontare. 

 

L’Olanda ancora una volta rema contro

La spaccatura vede nelle ultime settimane i ‘frugali’ – Olanda, Finlandia, Svezia, Austria e Danimarca, con l’aggiunta questa volta anche di Belgio e Lussemburgo -  fare sponda con Ungheria e Polonia, anche se per motivi opposti. Così tra Varsavia e Budapest che chiedevano di cancellare il legame tra Bilancio Ue e Stato di diritto e i ‘frugali’, che spingevano invece per una maggiore severità, è scattato un ambiguo sodalizio.  Con i loro 9 voti contrari è passata, ma solo a maggioranza qualificata, la ‘mediazione’ proposta dalla Germania, peraltro, fortemente ‘mitigata’ rispetto alle condizioni iniziali.

Che ora sono limitate alle ‘violazioni’ accertate e che impattano direttamente sul bilancio. Difficile dire fino a che punto queste dinamiche siano in grado di rallentare gli aiuti Ue, ma di sicuro la spinta di alcuni Paesi per il rinvio è palese. Ora la proposta approvata deve passare al vaglio del Parlamento europeo. Ma è anche sulle ratifiche dei Piani nazionali che si sta consumando un’altra frattura. ‘Frugali’ e Polonia e Ungheria vogliono vincolare Bilancio Ue e Recovery Fund in un unico pacchetto. 

 

Domani Consiglio Europeo

Le tensioni e i fatti di questi giorni arriveranno sicuramente anche sul tavolo del Consiglio europeo previsto domani. I punti all’ordine del giorno sono altri ma è chiaro che quella del Recovery fund è in questo momento in Ue la partita più importante. Rallentare l’approvazione definitiva del Piano e, di conseguenza, la sua attuazione rappresenta un pericolo da non sottovalutare. E non solo per i Paesi mediterranei più colpiti dalla crisi, ma per l’intera tenuta europea. 

 

Il premier Conte: “Non sono preoccupato”

Intanto, sulla situazione di stallo che si è creata in Ue il premier italiano, Giuseppe Conte, dice: “Non sono preoccupato, ne parleremo anche a Bruxelles. Dopo quello che è stato fatto non è possibile non procedere speditamente”. Ma di certo le insidie ci sono. E la strada che porta all’emissione degli eurobond e al trasferimento delle risorse agli Stati si è fatta più accidentata. 

La faglia che esisteva prima del Consiglio europeo fiume di luglio, che vide impegnati per cinque giorni consecutivi i leader europei, c’è ancora. E l’Ungheria di Viktor Orban e la Polonia di Andrzej Duda sono una spina nel fianco dell’Ue non solo per il deficit di democrazia interna. Ma anche perché, in questo momento, i loro veti nei negoziati sono un ottimo grimaldello per chi l’accordo sul Recovery Fund non l’ha mai digerito e ora prova a scardinarne l’efficacia. 

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