Regionali, Zingaretti: “Ridicolo non fare alleanze insieme”

Il leader dei democratici bacchetta le forze di Governo divise e litigiose sulla scelta dei candidati per le prossime elezioni. E fa appello all’unità

24 giugno 2020 12:29
Regionali, Zingaretti: “Ridicolo non fare alleanze insieme”

Regionali, le dichiarazioni di Zingaretti 24 giugno 2020:

 

*** Regionali, le dichiarazioni del segretario del Pd Zingaretti:

Esce allo scoperto il segretario dei dem Nicola Zingaretti dopo giorni di silenzio, contraddistinti da critiche alla sua linea politica rispetto ai 5S e persino alla sua leadership. E da divisioni nel centrosinistra e nella maggioranza che guida il Paese che non trova la quadra su eventuali alleanze giallorosse per le prossime elezioni regionali. “Le destre combattono unite in tutte le Regioni”, ha dichiarato il segretario, anche se spesso all'opposizione sono divise. Per fortuna con candidati deboli, contestati e già bocciati in passato dagli elettori. Invece tra le forze politiche unite a sostegno del Governo Conte prevalgono i no, i ma, i se, i forse, le divisioni. Il motivo è ridicolo: si può Governare insieme 4 anni l'Italia ma non una Regione o un Comune perché questo significherebbe 'alleanza strategica'. Ridicolo!".


 

I matrimoni di convenienza a volte funzionano più di quelli nati dall’affetto. E la politica è piena di unioni programmate a tavolino. Eppure, come ricordava Otto Von Bismark, non siamo in presenza di una “scienza esatta”. La politica è “l’arte del possibile”. E delle apparenze e dei compromessi. Tiene banco in questi giorni il tema della tenuta o meno delle alleanze dei partiti alla vigilia delle elezioni regionali. E non tutto è come sembra, o quasi.


Nel centrosinistra e nei 5S il quadro è confuso. Dem e Pentastellati sono alleati nel Governo del Paese ma non trovano la quadra per un accordo da ripetere su scala regionale. Ad uscire allo scoperto è Andrea Orlando. L’ex ministro della Giustizia e attuale vicesegretario del Pd parla della “difficile interlocuzione” avviata con il Movimento in Liguria. Ma dalle pagine del quotidiano “Avvenire” dice anche di non vedere “alternativa”. “L’idea”, sostiene, “che mentre si manda avanti l’esperienza Conte si faccia una campagna elettorale contrapposti è stravagante”. Perciò fa “appello a tutte le forze di maggioranza per trovare una convergenza in tutte le regioni”. E sì, anche “a partire da Renzi”.


Quanto il messaggio del vice di Zingaretti, sostenuto nel lanciare ponti da Franceschini, possa essere recepito dai destinatari è tutto da vedere. Nel frattempo, proprio Renzi con Azione di Calenda e +Europa correranno insieme anche in Veneto e Liguria. Dopo aver già annunciato lo strappo con i dem rispetto alla candidatura di Emiliano in Puglia, dove il sottosegretario Scalfarotto sarà il loro aspirante alla presidenza della Regione. La vera incognita per il Partito democratico resta però il M5S. Che pare abbia già deciso di correre autonomamente in Campania. Mentre in altre regioni si svolgono serrate, e con davvero poche certezze circa l’apparentamento, le trattative. Forse proprio nella Liguria di Orlando esiste qualche chance in più di andare uniti.


Nel centrodestra il quadro è ben diverso. Ma appare certamente più roseo di quanto sia realmente. Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono sempre più competitor che alleati. Soprattutto, è la prima a incalzare e a lavorare da tempo per la guida della coalizione, volendo strappare al Carroccio la leadership. L’aura di unità che si affannano ad ostentare è più predicata che effettiva. Tuttavia, sulle candidature alla presidenza delle Regioni chiamate al voto (a parte la Valle d’Aosta dove è il Consiglio regionale a eleggere il presidente) alla fine i nomi sono usciti. Nessuno ha prevalso nettamente, ma certamente alla Meloni è andata bene. Forse non benissimo a Salvini. Che non ci sta però a passare per ‘sconfitto’.


La Lega porta a casa ‘solo’ due aspiranti presidenti – l’indiscutibile Zaia nel Veneto e Susanna Ceccardi in Toscana-, due Fdi con Francesco Acquaroli nelle Marche e Raffaele Fitto (passato l’anno scorso al partito della Meloni) in Puglia, uno gli azzurri con Stefano Caldoro in Campania. Mentre in Liguria si riconferma la candidatura dell’ex forzista Giovanni Toti, ora fondatore di ‘Cambiamo’. Quella di Salvini sembra essere stata una posizione low profile, ma lui replica: "dicono che sia una sconfitta per me. Pagherei per essere sempre sconfitto come mi danno da qualche anno a questa parte. Se la Lega è abbondantemente il primo partito in questo Paese e nella coalizione è una responsabilità che ci danno i cittadini”. E mentre ribadisce “io lavoro per unire”, la sua attenzione già corre alle elezioni comunali. “Sto già ragionando su Roma, Milano, Torino e Napoli”, dice. Mentre punta anche a Reggio Calabria, Nuoro e altre città del sud dove ha tutta l’intenzione di costruire una solida base elettorale.


In questo quadro un dato è chiaro. Dal cilindro del centrodestra non è emersa la capacità di rinnovamento, nè di immettere nuova linfa nelle proprie file. Rispolverare i nomi di Fitto e Caldoro, peraltro dopo i flop di entrambi – sia il primo che il secondo sono stati sconfitti quando hanno corso per il secondo mandato nelle rispettive regioni - e oggi addirittura alla terza candidatura, è un segno di debolezza dello schieramento Salvini, Meloni, Berlusconi.

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