Covid-19: riapertura obbligata, onda di ritorno e lezioni dalla storia

Se il coronavirus non muta non diventa più aggressivo, si può imparare a convivere con il virus responsabilmente evitando di “lombardizzare” l’Italia

30 maggio 2020 19:49
Covid-19: riapertura obbligata, onda di ritorno e lezioni dalla storia

Tutte le epidemie, da 4 mila anni a questa parte, iniziano e finiscono: non si sa per quale motivo, ma finiscono improvvisamente. Ad esempio, non ci crederete ma non sappiamo il perché l’influenza stagionale comincia a dicembre e termina in primavera, interessando soltanto il 15% della collettività. Altre influenze più letali hanno avuto ondate di ritorno, anche perchè i mezzi per contrastarle, a cominciare dagli antibiotici, non c’erano. Può succedere anche col coronavirus-Covid-19 che si realizzi un “onda di ritorno”? Non sappiamo se l’aggressività del virus potrebbe riaccendersi più avanti, non disponiamo di dati completi sull’immunità adattiva, la fase in cui si producono gli anticorpi contro il virus, e neanche la sua durata temporale. 

 

Naturalmente, se l’immunità persistesse per poco tempo, un paziente guarito potrebbe reinfettarsi ma conserva sempre nel suo organismo una memoria che aiuta la difesa. Dobbiamo augurarci che il virus non muti, perché  in tal caso diventa molto aggressivo. Questo virus, rispetto ad altri come ad esempio l’Hiv (Aids), per fortuna muta molto poco: la mutazione è infatti la maggiore preoccupazione degli specialisti infettivologi e dei ricercatori, questi virus mutano per ricombinazione, ossia scambiandosi parti del loro DNA o RNA e modificando il loro materiale genetico, oppure sono soggetti a mutazioni casuali che servono pure alla sopravvivenza del microrganismo con la cellula ospite. Difatti, la peculiare struttura del coronavirus-Covid-19 gli permette di riparare errori di duplicazione (così può riprodursi in maniera quasi identica) e ostacolare la mutazione che diventa molto lenta e difficile e laboriosa. Una cosa è certa:  mentre si studia meglio il virus, bisogna saper conviverci, in attesa della ricerca di nuovi farmaci antivirali e della confezione di un vaccino. Nel mentre, occorre rispettare le regole igienico-sanitarie (spesso trascurate già nell’era pre-corona) e non abbassare la guardia, a patto che non si creino panico e paura, continuando a “lombardizzare” l’Italia in senso negativo. 

 

Sono in tanti, tra ricercatori e medici specialisti in igiene, microbiologia e malattie infettive, che (sottovoce, anche per non disturbare i manovratori istituzionali che sono naturalmente portati alla drammatizzazione) raccomandano che, pur con tutte le necessarie cautele e prudenza, dobbiamo cambiare atteggiamento: non possiamo permettere che il virus generi  crolli psicologici nella gente  e paralizzi l’Italia con danni enormi per l’economia e l’occupazione.  L’utilizzo di determinati accorgimenti potrà poi ridurre l’impatto dell’epidemia, con una progettazione chiara e mezzi sufficienti del governo centrale. 

 

E’ noto che il rischio zero non esiste, pur attuando tutte le attività per tenere sotto controllo la contaminazione. Essendo un virus che si trasmette per via aerea è complicatissimo da monitorare (può essere dappertutto, anche nelle acque). Il mondo scientifico, si è spesso contraddetto. E ora alcuni brancolano quasi  nel buio. Una problematica  come questa non riguarda solo le piccole aziende  e gli industriali. Perché riaprire è anche una questione di salute, fisica e mentale. C’è stata una comunicazione inefficace e spesso contraddittoria   da parte del governo. E’necessario e fondamentale dire la verità. Gli italiani devono avere ben chiaro che riaprire significa avere quasi automaticamente un certo numero di nuovi malati. E non stiamo parlando di poche decine. Dovremmo prepararci a gestire una eventuale ricaduta, sapendo che essa farà meno danni della prima ondata perchè siamo più preparati. Ma dire la verità significa smetterla con il delirio dei miliardi in arrivo e non in arrivo dall’Europa e dire con chiarezza che non abbiamo alternative alla riapertura, al ritorno alla produzione e al lavoro poichè è questa la sola speranza dell’Italia di mantenere le proprie posizioni tra i paesi a democrazia industriale avanzata. In accettabili condizioni di sicurezza e di contrasto al virus.

 

Le scuole, ad esempio, anche se l’anno scolastico volge al termine, non dovrebbero restare ancora chiuse. Fortunatamente infatti, i bambini non si infettano. I loro genitori, più o meno giovani, raramente sviluppano malattie importanti. Invece con la riapertura si rischia di lasciare bimbi e ragazzi a casa dei nonni, creando un altro habitat di interazione. Poi tutti si riempiono la bocca di necessità di fare formazione e cultura, e dimenticano anche che la frequenza è una palestra di socialità, fondamentale per svezzare i ragazzi dalla monocultura familiare.

 

E’ noto che la guerra contro le malattie causate da virus e batteri e parassiti è antica, considerando che questi particolari microesseri fanno parte dell’habitat  dell’uomo da sempre. Vittorie e sconfitte, ma il più delle volte l’essere umano è stato costretto ad un vero e proprio compromesso, facendo della convivenza un “bene” necessario anche sotto il profilo storico/culturale. Questi microrganismi invisibili sono più forti anche per la  loro superiorità numerica sulla Terra: 13 % contro lo 0,01% di popolazione umana. Come la ragnatela di Marco Aurelio, rispetto alla rete di comunicazione odierna, questi nemici nascosti hanno attraversato i continenti , diffondendosi, sia con gli abitanti/viaggiatori  che con  lo scambio di prodotti commerciali. Alcuni germi si trovano nell’ambiente, altri in serbatoi animali, altri ancora solo in ospiti umani.  

 

Ogni volta che si è verificata una pandemia, subito dopo l’estinzione dell’infezione, l’essere umano ha dovuto reinventarsi, ripartire coraggiosamente verso l futuro,  pieno di forza vitale superiore alla carica virale subita. Le malattie infettive hanno da sempre avuto un ruolo importante nella storia. L’influenza gira per il  mondo da millenni, mutando in continuazione.  Negli ultimi 400 anni, l'influenza è apparsa come epidemia ogni 1-3 anni. In totale, si calcolano circa 300 epidemie tra il 1173 e il 1875, con una successione ritmica ogni 2,4 anni. Il virus dell' influenza è ricomparsa con violenza più volte fino alla Seconda guerra mondiale ed anche in fase successiva (ma con mortalità notevolmente inferiore  alla Spagnola). Nel Ventesimo secolo si sono verificate tre pandemie influenzali: nel 1918, 1957, e 1968, che sono state identificate comunemente in base alla presunta area di origine: Spagnola, Asiatica e Hong Kong o spaziale. Si sa che sono state causate da tre sottotipi antigenici differenti del virus dell’influenza A, rispettivamente: H1N1, H2N2, e H3N2. Poi la Sars e la Mers. Nel mentre, l’HIV (Aids)è stata la causa di una pandemia per lungo tempo silenziosa, con una lenta evoluzione e una lunga fase di espansione . Dopo aver fatto il passaggio di specie, dalla scimmia all’uomo in Africa centrale, il virus è stato in grado di conquistare il mondo passando da persona a persona . Gli arbovirus hanno causato fenomeni epidemici soprattutto nelle aree tropicali. 

 

Virus influenzali e coronavirus, essendo trasmessi per via respiratoria hanno un potenziale pandemico superiore agli altri virus. Nella maggior parte dei casi, l’influenza, in virtù della lunga convivenza con i terrestri, si manifesta in forme stagionali non tanto aggressive (l’uso del vaccino ha contenuto la mortalità dei soggetti più deboli). Il virus influenzale può contagiare anche altri animali, favorendo lo sviluppo di varianti. La spagnola può aiutarci a capire e prevedere l’andamento evolutivo del coronavirus . Descritta come  la peggiore influenza conosciuta, la crisi sanitaria più grave del XX secolo, colpì quasi un terzo della popolazione globale dell’epoca, tra il 1918-19.  Essa si abbattè come un flagello su un mondo già prostrato dalle terrificanti perdite di vite umane subite nelle trincee della Prima guerra  mondiale. Comparve nella primavera del 1918  quando il conflitto era ancora in corso. Un periodo inusuale per un’influenza. Già nel mezzo di aprile arrivò alle trincee, e fece il giro del mondo manifestandosi in modo attenuato. Tant’è che si trattava solo di un segnale, di un  primo  avvertimento della fase successiva più acuta che si re-infiammò in estate (in agosto, improvvisamente ritornò minacciosa) per poi imperversare fino alla stagione autunnale, con un elevatissimo tasso di letalità. Nel gennaio 1919 arrivò la terza onda d’urto  che riprese ad uccidere, con virulenza inferiore alla seconda ma molto più forte della prima: ebbe una mortalità superiore al 2,5% provocando, secondo alcune stime, circa 50 milioni di decessi su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi ( altre stime calcolano fino a 100 milioni). Inoltre, questa “ spagnola” ebbe un andamento ondivago, in continuo cambiamento direzionale, oscillante e irrazionale: ci furono luoghi  dove il virus si espresse come una normale influenza stagionale, altri dove la popolazione fu decimata. La diffusione e la proliferazione del virus furono  facilitate dal controllo militare sulle informazioni che impedirono la prevenzione possibile allora. Solo i giornali spagnoli davano la notizia, da cui il nome dell’influenza che originò negli Stati Uniti. Tante sfaccettature di questa pandemia  sono state comprese solo negli ultimi anni.  

 

Indubbiamente, la guerra in corso, la scarsa informazione, le cattive condizioni igienico/sanitarie, la malnutrizione, la mancanza di farmaci (non esistevano antibiotici né antivirali né altri farmaci importanti per trattare sintomi e complicanze) diedero manforte al virus influenzale che ebbe campo libero. Da sottolineare un avvenimento unico nella storia della medicina, come allora nota: circa la metà delle vittime furono giovani/adulti di 20-40 anni , senza grosse patologie  precedenti, soggetti di sana e buona costituzione fisica. Da studi e analisi effettuati nel 1995, iniziando da materiale autoptico disponibile (conservato), si ipotizzò che il virus della tragica pandemia fosse l’H1N1, nuovo per l’umanità e simile a quello dell’influenza avaria e partito da un ospite restato misterioso. Esso era con molta probabilità l’antenato dei 4 ceppi umani e suini  A/H1N1 e A/H3N3, e del virus ormai estinto A/H2N2. In che modo ne siamo usciti? Con la cinica e  disumana legge matematica: il virus si è propagato il più possibile fino a quando l’epidemia (pandemia) non si è spenta del tutto. Fortunatamente, oggi le condizioni appaiono diverse dopo la prima ondata del Covid-19 e possiamo, sia pure incrociando le dita e mantenendo le abitudini difensive (a cominciare dalle mascherine e dall’igiene continuo), affrontare questa fase con fiducia maggiore rispetto alle esperienze di qualche secolo fa.

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