Il protocollo Covid

Cosa fare in caso di contatto con un positivo: tampone o quarantena?

Ecco la procedura da seguire, che cambia a seconda del tipo di esposizione e sintomi. Quando si chiama il medico e quando basta l’isolamento fiduciario

17 novembre 2020 19:37
Cosa fare in caso di contatto con un positivo: tampone o quarantena?

Negli ultimi giorni, con la continua impennata nel numero di casi positivi, aumenta anche la probabilità di contatti proprio con le persone contagiate da Covid.

 

Cosa bisogna fare? Qual è la procedura?

 

Quando occorre l’isolamento fiduciario, chi lo stabilisce, e quando invece è necessario il tampone? Ecco le indicazioni.

 

Il primo passo: chi chiamare in caso di sospetto Covid

In caso di sintomatologia, che in genere ricorda una sindrome influenzale, il primo step riguarda la consultazione di un esperto. In caso di sintomi sospetti o di contatti diretti o indiretti con persone positive, bisogna avvertire il proprio medico di famiglia. Sarà lui, in quanto medico di medicina generale o pediatra di libera scelta, a valutare se sia il caso di procedere con un tampone e, in questa eventualità, ad aprire un “fascicolo” inoltrando una specifica richiesta al Dipartimento di Prevenzione territoriale (Asl, Ats, ecc.).

 

Se il proprio medico riterrà opportuno o necessario il test diagnostico, da quel momento bisognerà mettersi in isolamento fiduciario. Per i lavoratori dipendenti scatterà anche l’indennità di malattia Covid prevista dall’Inps, che proseguirà fino all’esecuzione del tampone (se negativo) o della fine dell’isolamento da contagio (se il primo tampone confermerà la positività). 

 

Differenza tra isolamento e quarantena

Come chiarisce la circolare del ministero della Salute del 12 ottobre 2020, per isolamento dei casi di “documentata infezione da Sars-Cov2” ci si riferisce alla “separazione delle persone infette dal resto della comunità per la durata del periodo di contagiosità, in ambiente e condizioni tali da prevenire la trasmissione dell’infezione”, dunque quando si ha a che fare per persone malate. 

 

Per quarantena, invece, si intende la “restrizione dei movimenti di persone sane per la durata del periodo di incubazione, ma che potrebbero essere esposte a un agente infettivo o a una malattia contagiosa”. L’obiettivo, quindi, è “monitorare l’eventuale comparsa si sintomi e identificare tempestivamente nuovi casi”. 

 

Ma come valutare il tipo di rischio da esposizione, in base ai propri contatti?

“Si deve fare particolare attenzione ai sintomi caratteristici di COVID, cioè la perdita del gusto e dell’olfatto. In questi casi bisogna riferirli al medico ed essere un po’ più pessimisti, aspettandosi la positività. Questo ha importanza specie per chi ci circonda (ad esempio, i famigliari), che deve tenere un atteggiamento sociale prudente in attesa di capire se ci sono stati contatti stratti con un caso” spiega Paolo D’Ancona, epidemiologo dell’Istituto Superiore di Sanità.

 

Contatti indiretti con un positivo

E’ il classico caso di un contatto stretto con una persona che a sua volta ha avuto rapporti con un soggetto positivo. Può capitare, ad esempio, se il proprio partner lavora in un ufficio in cui un collega è rimasto contagiato. Cosa fare? In prima battuta non occorre alcun isolamento o quarantena: bisognerà, invece, monitorare l’evolversi della situazione per verificare che il proprio contatto (nel caso dell’esempio, il partner) non diventi positivo nei giorni successivi all’esposizione. 

 

Contatto diretto con un positivo

“Sono quelli che vengono denominati contatti stretti di un caso o che hanno avuto un contatto fisico diretto o che hanno avuto un contatto diretto (faccia a faccia) a distanza minore di 2 metri e per almeno 15 minuti, o che si sono trovati con un caso in un ambiente chiuso di limitate dimensioni. Sono quindi potenzialmente esposte al virus e potrebbero sviluppare un’infezione” spiega l’epidemiologo dell’ISS. 

In questa eventualità bisogna distinguere se il contatto diretto rimane asintomatico o se diventa sintomatico. Nel primo caso, è prevista la quarantena preventiva o isolamento fiduciario per 14 giorni. Il periodo può essere ridotto a 10 giorni in caso di tampone negativo in uscita proprio dal 10° giorno in poi. 

 

Se si è in quarantena e si risulta positivi

Se durante la quarantena compaiono sintomi, si effettua un tampone e qualora esso risulti positivo bisogna informare il proprio medico di famiglia. E’ a questo punto che scatta l’isolamento. Anche questa volta esistono più casistiche: se si è positivi asintomatici (cioè non si sono mai manifestati sintomi) si può tornare in comunità dopo un tampone (negativo) dopo almeno 10 giorni dal tampone. 

Se si è sintomatici, invece, il tampone può essere effettuato dopo 10 giorni di isolamento, dei quali almeno gli ultimi 3 senza sintomi. “I 10 giorni, infatti, partono dalla comparsa dei sintomi” chiarisce l’esperto. 


Contagio di lungo termine

“E’ l’ultimo caso e anche il più complicato perché in passato si sono verificati molti casi di persistenza di positività ai test molecolari di diverse settimane e la malattia sembrava non finire più” spiega D’Ancona. Se il tampone in uscita al 10° giorno è ancora positivo, infatti, pur senza sintomi occorre prolungare la quarantena di altri 7 giorni almeno. Potrebbero scomparire, per esempio, febbre, mal di gola, tosse, ecc., pur rimanendo una parziale o totale alterazione nella percezione di gusto e olfatto. 

 

Se anche il secondo tampone in uscita dovesse essere positivo si prolunga ulteriormente l’isolamento fino al 21esimo giorno dalla comparsa dei sintomi, quando la malattia si considera conclusa anche senza un tampone negativo. “Questo criterio potrà essere modulato dalle autorità sanitarie in relazione dello stato immunitario delle persone interessate” conclude l’esperto. Questo perché si è visto, per esempio, gli immunodepressi hanno un periodo di guarigione più lungo. 

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