Le manie da Covid

“Manie” da pandemia Lockdown: oltre ai contagi, attenzione a phubbing

Aumentano le “cattive abitudini”, legate alle restrizioni a causa del Covid e a un uso compulsivo (e negativo) dello smartphone, anche con i familiari

17 novembre 2020 19:38
“Manie” da pandemia Lockdown: oltre ai contagi, attenzione a phubbing

Crescono i contagi e di pari passo anche le limitazioni nelle diverse zone d’Italia, con l’aumento delle Regioni “arancioni” o “rosse”. Si torna a ridurre i movimenti, aumenta nuovamente lo smart working e dunque anche il tempo passato tra le mura di casa, con il rischio di rimanere sempre più a lungo con il proprio cellulare in mano. Una delle conseguenze è di arrivare a isolarsi, “snobbando” persino i propri familiari.

 

Gli esperti hanno dato un nome a questo fenomeno: Phubbing, che è la contrazione tra due parole inglesi (Phone, “cellulare”, e Snubbing, ossia “snobbare”) e indica il comportamento di chi – specie i genitori – si ritrova a controllare il proprio smartphone in continuazione, senza calcolare chi lo circonda, in questo caso i figli.

 

Lo studio sul Phubbing

Ad analizzare questo fenomeno sono stati i ricercatori dei Dipartimenti di Psicologia e Sociologia dell’Università Milano-Bicocca, che hanno poi pubblicato i risultati dello studio sulla rivista Journal of Social and Personal Relationships. Dopo aver preso in esame 3.000 adolescenti di età tra i 15 e i 16 anni, gli esperti hanno osservato le ricadute del Phubbinganche in ambito familiare, notando come la tendenza a ignorare i figli a causa del cellulare abbia pesanti ricadute sul benessere psicofisico di bambini e ragazzi.

 

Il fenomeno non è del tutto sconosciuto, ma finora si era osservato solo in ambito lavorativo e di coppia, sotto forma di atteggiamento “snob” da parte di un soggetto nei confronti dei colleghi o del partner, a tutto vantaggio delle relazioni social. Ora ci si è resi conto che l’esclusione dal proprio mondo “digitale” da parte degli adulti riguarda anche i figli

 

Dal Phubbing sociale a quello familiare

La prima volta che è stato usato il termine Phubbing, non riferito ai rapporti familiari, è stato nel 2015 (Karadag e altri). Secondo gli esperti ancora oggi mancano le “regole sociali” che ne limitano la diffusione, paragonabili a quelle del galateo a tavola o della buona educazione quando si è in presenza di altri, che sconsigliano per esempio di rimanere impegnati in conversazioni lunghe telefoniche. Nel corso del tempo sono state anche promosse campagne come, Stophubbing, che mira a fermare l’uso estremizzato del telefono in qualsiasi contesto sociale. 

 

Secondo i ricercatori di Milano ora le attenzioni dovrebbero essere poste nei confronti della famiglia, sensibilizzando a un corretto uso dei dispositivi e del tempo che vi si trascorre, specie quando si è in un contesto di relazioni tra genitori e figli. Il rischio, altrimenti, è di creare un circolo vizioso che porta anche gli stessi figli a isolarsi e ignorare i genitori tra le quattro mura di casa.

 

Le conseguenze per i figli

Secondo una ricerca condotta da James Roberts e Meredith David (My Life has become a major Distraction from my Cell Phone: Partner Phubbing and Relazioniship Satifaction among romantic Partners) l’atteggiamento di “snobbare” chi ci circonda porta a cambiamenti nelle dinamiche sociali: per esempio, fa diminuire la capacità di comunicare con gli altri, riduce l’abilità nei rapporti interpersonali, mentre aumenta anche il rischio di incappare in altri fenomeni come la nomofobia (la paura di rimanere disconnessi dalla rete e di non essere contattabili, perdendo ricevere notifiche e like, ecc.), l’autoisolamento e problemi di autostima, soprattutto nei più giovani: il fatto di non riuscire a catalizzare l’attenzione dell’interlocutore, e in particolare del genitore, porta a sentirsi incapaci di attirare interesse. 

 

Per uscire da questa trappola secondo gli esperti occorre prima di tutto stabilire i giusti spazi temporali nell’arco della giornata da dedicare al cellulare. Si tratta del cosiddetto Digital free time, durante il quale l’attenzione dovrebbe essere riservata esclusivamente alle attività off line

 

La trappola del Doomscrolling

Anche in questo caso il rischio è amplificato dalla pandemia, che porta a trascorrere più tempo in isolamento rispetto a quello che in precedenza si dedicava alle relazioni sociali o professionali “in presenza”. Si tratta del Doomscrolling (da Dooms, “sventure”, e scrolling, “scorrere”) e consiste quindi nelle “abbuffate di notizie negative” che sono aumentate con il lockdwon.

 

Come scrive Brian X. Chen sul New York Times, dallo scoppio dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid, il tempo passato sui devices è aumentato del 50%, la maggior parte del quale passato a leggere notizie che finiscono con il lasciare un senso di negatività. Secondo l’autore dell’articolo, si inizia a cercare informazioni fin dal mattino presto, facendo doomscrollig in modo compulsivo fino al momento di andare a letto la sera. L’effetto che ne deriva è di aumentare il senso di ansia e depressione, oltre a diminuire la produttività a causa della distrazione continua.

 

Come uscirne? Secondo il neuroscienziato Adam Gazzaley, coautore di The Distracted Mind: Ancient Brains in a High-Tech Worldoccorrerebbe un Detox dalle news negative, una sorta di dieta al pari di quella da seguire in caso di sovrappeso. E proprio come se si trattasse di un regime alimentare “speciale”, secondo l’esperto occorre tenere una sorta di diario delle azioni che si compiono nell’arco della giornata, fissando orari, tempi precisi per ciascuna di esse e stato d’animo associato. In pratica, fissando in agenda tutti gli impegni e mettendoli in relazione anche alle emozioni che queste danno, si dovrebbe imparare a gestire meglio il tempo a disposizione, privilegiando le azioni che aumentano il benessere psicofisico. Insomma, meglio dedicare un’ora allo sport o a un hobby piuttosto che a fissare lo schermo dello smartphone, se questo permette di sentirsi meglio. Si riuscirà in lockdown? 

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