Convivere con il virus, non con l'allarmismo

Il virus a volte ritorna ma non siamo di fronte a una seconda Spagnola

Terapie intensive, ricoveri, isolamenti e decessi sono nettamente inferiori a quelli della primavera. E l’influenza “normale” fa 10 mila vittime all’anno

12 ottobre 2020 17:51
Il virus a volte ritorna ma non siamo di fronte a una seconda Spagnola

In questi giorni, alcuni autorevoli ricercatori/epidemiologi delle malattie infettive hanno stilato un documento e lanciato una raccolta di firme (giunta a quasi 140mila adesioni nel mondo) per richiamare l’attenzione sulla necessità o meno di nuovi lockdown, con la proposta di mettere in atto “una protezione mirata” con restrizioni sulle fasce deboli, più vulnerabili e più a rischio della popolazione, e non proiettarsi sui giovani che, nel complesso, sono la parte meno a rischio e, quindi, andrebbero lasciati liberi. 

 

Non si tratta in alcun modo di negazionismo, ma di una valutazione dell’evoluzione della malattia. I firmatari avvisano che le attuali politiche di lockdown avrebbero prodotto effetti collaterali devastanti a breve e a lungo termine. Imporre queste misure, aspettando nuovi farmaci e vaccini,  produrrà danni, anche irreparabili. Questi studiosi considerano il fatto che l’aumento dei contagi evidenziati dai test non trova corrispondenza circa un analogo aumento dei ricoveri, in particolare nelle terapie intensive e nel numero dei decessi. Inoltre, affermano che dietro l’angolo resta sempre in piedi la possibilità della cosiddetta” immunità di gregge”, in attesa del vaccino; per ottenere questa sorta di immunità, bisogna “ consentire a coloro che sono a minimo rischio/morte di vivere normalmente la propria vita costruendo l’immunità al virus attraverso l’infezione  naturale, proteggendo meglio coloro che sono a rischio più alto come anziani e infermi”. 

 

I numeri vanno letti bene e non soltanto nella loro componente allarmistica. Pertanto è utile fare una riflessione, per completezza la facciamo sui dati di qualche giorno fa avvisando che i trend sono rimasti immutati e quindi i rapporti tra le cifre in gioco sono gli stessi. Al 9 ottobre 2020 nel mondo vi sono 36.237.403 casi confermati e 1.054.868 decessi. In Europa 6.585.750 casi confermati e 244.001 decessi. In Italia 343.77 casi confermati e 36.111 decessi; le persone al momento positive sono 70110, di cui 65637 in isolamento domiciliare, 387 in terapia intensiva, e 4086 ricoverati con  sintomi. Ma l’informazione quotidiana è piena di messaggi drammatici: “forte aumento dei contagi”, “netta crescita delle ospedalizzazioni”, “preoccupante e indiscutibile ascesa”. Sembra  che l’Italia del Coronavirus stia correndo verso il precipizio. Ma se ridimensionare il rischio è sbagliato, anche l’essere allarmisti lo è. Quello che  può essere poco razionale è il diario mediatico di chi utilizza i dati “percentuali” (tra valori relativi e assoluti) e le letture ad effetto per raccontare l’andamento della pandemia. Ad esempio, al di là delle percentuali, anche in numero assoluto le terapie intensive, i ricoveri e gli isolamenti domiciliari sono ben lontani dai livelli del recente passato.  È normale allora che si trovino più infetti, perchè più tamponi e quivalgono a più contagiati. L'equazione è semplice. Quanto più crescono i tamponi a tappeto, tanto più risultano in numeri assoluto i casi positivi, ma  essi sono diminuiti rispetto alla media dell’epidemia. 

 

Lo stesso dicasi per le unità operative di terapia intensiva, vero punto di riferimento utile a capire la gravità dell'epidemia. Il 23 marzo avevamo 3.204 persone in rianimazione in tutta Italia e siamo arrivati ad una punta massima di 4.068 letti occupati il 3 aprile. Una situazione che ha portato ad incrementare i posti di terapia intensiva, al momento ancora non incombente. Certo va tenuta alta l'attenzione, considerato che gli ospedali stanno curando in reparto circa 4000 persone. Ma non bisogna neppure agitarsi più del necessario, visto che il 23 marzo si registravano 20.692 ospedalizzati con sintomi (ed erano 29.010 il 4 aprile). E poi: considerato il numero di ricoveri, di gran lunga inferiore, oggi testiamo tante persone infette ma non "malate". Il 94-95% dei pazienti in isolamento domiciliari sono infatti asintomatici o poco-sintomatici.  I ricoverati con sintomi indicati nel bollettino della Protezione Civile sulla diffusione del coronavirus potrebbero includere anche asintomatici. E’ consentito pensare che in questo elenco possano essere inserite persone che, pur essendo ricoverate e positive al Covid, in realtà sono ricoverate per altre patologie; il protocollo ospedaliero prevede il tampone a tutti degenti anche senza sintomi da Covid. Esiste un  problema di rilevazione statistica anche per i più esperti del settore, comunque qualcosa si riesce a estrapolare: la percentuale totale di positivi, che chiamano “contagiati” e “focolai”, addirittura “infetti” o “malati”, rappresenta lo 0.098% della popolazione totale italiana. Solo poco più del 5% dei positivi è ricoverato. Significa che circa il 95% dei rilevati positivi non ha bisogno di essere ricoverato e supera la malattia.  

 

I morti ufficialmente per Covid del 10 ottobre sono 29, cioè lo 0.03% dei casi positivi, lo 0.00005% della popolazione totale. In confronto i morti per cancro sono circa 500 al giorno (quasi 200 mila l’anno), 630 in media al giorno i morti per malattie cardiovascolari (circa 230 mila l’anno), per non parlare delle cause iatrogene di morte, mentre dall’inizio dell’epidemia sono deceduti per Covid, secondo le statistiche totali al 9 ottobre 36 111 persine, cioè lo 0.05% della popolazione totale. Tuttavia, il dilemma medico di rilevazione statistica se “morto per covid o morto con covid” persiste. A distanza di mesi di brutte notizie, gli italiani hanno bisogno anche di un pò di ottimismo. L’alta mortalità iniziale è stata la conseguenza anche di alcuni errori di gestione, come accaduto nelle Rsa e fra il personale sanitario. Inoltre, purtroppo, circa l’80% delle morti riguarda persone anziane ultra70enni, portatori di altre patologie. Non siamo stati tanto bravi come la retorica governativa intende farci credere, e i 36mila morti confermano tale perplessità. 

 

Sono necessari ulteriori studi e approfondimenti. Di recente, si ha  l’impressione che il governo e i suoi consulenti sanitari stiano trattando il Coronavirus come se fosse una seconda Spagnola. Sappiamo che quest’ultima ebbe più ondate di ritorno nel corso di 11 mesi. E’ stato stimato  che in Italia, la Spagnola tra marzo 1918 e gennaio 1919, fece almeno 600 mila vittime con una incidenza di circa l’1,5 % della  popolazione, allora di quasi 40 milioni di abitanti.  Appunto nel gennaio 1919 arrivò la terza onda d’urto  che riprese ad uccidere, con una mortalità mondiale superiore al 2,5% provocando, secondo alcune stime, circa 50 milioni di decessi su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi (altre stime si spingono fino a 100 milioni di morti).  Il virus dell' influenza è ricomparso con la sua violenza più volte fino alla Seconda guerra mondiale ed anche in fase successiva (ma con mortalità notevolmente inferiore  alla Spagnola). 

 

Nel Ventesimo secolo, oltre alla Spagnola  del 1918,  si sono verificate altre pandemie influenzali: nel 1957 e 1968, che sono state identificate comunemente in base alla presunta area di origine: Asiatica e Hong Kong o Spaziale. In tutta la nostra storia abbiamo avuto epidemie. Durante l’influenza Asiatica del 1957 le scuole e le chiese erano aperte, così come i campi di calcio, cinema, teatri e tutto il resto. Trentamila morti solo in Italia, 2 milioni circa in tutto il mondo. Non abbiamo smesso di vivere. Stesso discorso vale per la Spaziale o Honk Kong del 1968: in Italia  oltre 20mila persone morte. Nel mondo ne morirono almeno un milione (i numeri sui decessi potrebbero essere sottostimati in relazione alle potenzialità degli uffici anagrafici del tempo e alle rilevazione dei dati statistici). 

 

Negli anni Ottanta è arrivato l’Aids. Nei terrificanti anni in cui non c’erano i farmaci antiretrovirali, milioni di omosessuali e qualche centinaio di migliaio di sostanze-dipendenti sono morti. Nessuno ha neanche lontanamente immaginato di limitare la libertà di queste persone nei comportamenti che portavano alla malattia e al decesso. La morte per Aids è stata considerata una “morte per la libertà”. Poi  sono giunte la Sars e la Mers. Nel mentre, l’Hiv (Aids) rimaneva come causa di una pandemia per lungo tempo silenziosa, con una lenta evoluzione e una lunga fase di espansione. E’ noto che Il Rischio Zero non esiste, pur attuando tutte le attività per tenere sotto controllo la contaminazione. Essendo un virus che si trasmette per via aerea è complicatissimo da monitorare, perché può essere dappertutto, anche nelle acque. Non a caso, il mondo scientifico, si è spesso contraddetto.

 

Voglio dire che le conseguenze economiche di una chiusura potrebbero essere persino più gravi di quelle sanitarie. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, e sulla  libertà di movimento, anche se questo non è scritto nella Costituzione. Questo non riguarda solo le aziende  piccole e grandi e gli industriali. Perché essere attivi è anche una questione di salute, fisica e mentale. E’ allora necessario e fondamentale dire qualche verità. La prima e più importante: occorre prendere coscienza che non si può impedire il verificarsi di un certo numero di nuovi malati e decessi. Nonostante una grande e forte evoluzione tecnico-scientifica, fornendo alla popolazione nuove speranze di cura e possibilità di guarire sempre  dalle malattie, la medicina moderna , purtroppo, non può avere una risposta risolutiva a tutti i problemi di salute. Un esempio riguarda proprio le terapie intensive: la maggioranza dei ricoverati anziani con pluripatologie, oltre al Covid, purtroppo non sopravvive nonostante l’impegno e le prestazioni degli specialisti e infermieri. La medicina non è infallibile come pensa, oggigiorno, l’immaginario collettivo.

 

In questo autunno/inverno, il coronavirus, si mescolerà con altre patologie influenzali del periodo (varie forme respiratorie virali). Infatti è "improbabile" che il virus SarsCov2, esattamente il Coronavirus, sparisca come sembra sia stato per la Sars e la Mers, proprio quando “viaggia meglio”, per così dire, insieme all'influenza stagionale. Infatti, tra ottobre e dicembre, quando si tornerà a vivere per molte ore in luoghi chiusi, il contagio potrebbe accentuarsi, ed  è certo che i nostri comportamenti e le norme igienico-sanitarie saranno fondamentali. Si avvertono brutti segnali, che a loro volta generano allarmismo. I sintomi dell'influenza provocheranno altre paure: uno starnuto, un colpo di tosse, la febbre, un naso che cola, un mal di pancia con diarrea. Indizi in comune, malattie diverse. Già, ma come fare a riconoscerle a livello domestico? Cosa deve mettere in allarme un genitore alle prese con un bambino febbricitante? La perdita dell'olfatto che può accompagnare il coronavirus è unica e diversa da quella vissuta da qualcuno con un brutto raffreddore? In ogni caso, i medici (specie quelli di famiglia) sono in grado di fare una diagnosi differenziale.  E’ noto che il coronavirus si trasmette per via orale e respiratoria e pertanto l’unica misura di prevenzione efficace è la distanza. La mascherina la rafforza soprattutto nei luoghi chiusi ed affollati. Ma per affrontare la fase della ripartenza bisogna puntare sulla responsabilità individuale e sull’informazione, visto che la politica della paura non migliora i comportamenti, soprattutto dei giovani. Non si possono escludere focolai, ma  potranno essere  controllabili in quanto le attuali misure diagnostiche, di tracciamento dei contagiati e dei contatti sono nel complesso codificate e disponibili un pò dappertutto  in Italia. L’assistenza sanitaria verso i pazienti Covid -19 dovrà essere all'altezza sia a livello ospedaliero sia territoriale. 

 

Cosa fare per tutelarsi. Nell’immediato futuro ci saranno, quindi, anche altri casi, è non si può escludere la stessa aggressività virale  già subita nei mesi scorsi. Ma siamo (o dovremmo essere) più preparati e il sistema è più pronto e consapevole del rischio, dai  reparti,  laboratori, gli ospedali, dalla medicina di base fini alle Residenze sanitarie assistite. Occorre tanta prudenza e buon senso, bisogna evitare di avere psicomanie e si deve cercare di convivere con le malattie infettive. Il più delle volte l’essere umano è stato costretto ad un vero e proprio compromesso, facendo della convivenza un “bene” necessario anche sotto il profilo storico/culturale. Dobbiamo sapere che, nonostante i desideri di tanti esperti, l'obiettivo di portare il numero di nuovi casi a zero è solo una chimera. La sindrome da nuovo coronavirus va semplicemente aggiunta alla lista delle tante altre malattie infettive conosciute. 

 

Anche l’influenza “normale” ha un costo in termini di vite umane. Intanto si parla della possibile saturazione dei posti letto e dell’aumento dei decessi. Ma dobbiamo ricordarci che quello delle barelle è uno scenario che vediamo ogni anno. Ogni anno in Italia muoiono circa 10mila persone di influenza stagionale ma non c’è l’attenzione attuale sul fenomeno delle barelle. Per finire ricordiamo le regole utili: distanza fisica (non distanza sociale come si dice e si scrive dappertutto, ché è evidentemente un’altra cosa), mascherina soprattutto al chiuso e in luoghi affollati, evitare i contatti ravvicinati con persone non note, andare nei presidi ospedalieri solo se necessario, evitare le Rsa. Anche mascherina e distanza vanno usati con intelligenza: chi mette la mascherina la mattina a la toglie la sera deve sapere che diventa una spugna e andrebbe cambiata dopo 4 o 5 ore. La distanza tra familiari non ha senso. Né ha effetti benefici la comunicazione/propaganda ossessiva che ci informa ogni giorno sul numero dei positivi che crescono, ma sorvola sul numero dei decessi rispetto a marzo/aprile e non aggiunge che diversi malati deceduti di recente erano in ricovero da qualche mese. Per fortuna, allo stato, siamo ben lontani dai numeri spaventosi delle vittime della primavera scorsa, e anche da quelli dei paesi europei a noi più vicini.

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