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Ritratti (poco) diplomatici

In Bielorussia tre donne forti guidano l’opposizione a Lukashenko

Svetlana Tikhanovskaya, Maria Koleniskova e Svetlana Alexievich sono riuscite a mobilitare le piazze. Putin rinuncerà al “suo” dittatore Lukashenko?

14 settembre 2020 11:28
In Bielorussia tre donne forti guidano l’opposizione a Lukashenko

Può l’opposizione ad una delle più resistenti e tenaci dittature dei tempi che stiamo vivendo essere guidata quasi interamente da donne? Sembra di sì, a giudicare da quanto sta accadendo da diverse settimane in Bielorussia in seguito alle elezioni Presidenziali del 9 agosto che hanno visto l’ennesima conferma (con poco più dell’80% dei voti) del sempiterno Alexander Lukashenko. La capitale Minsk e il resto del Paese sono agitati da proteste continue di cittadini stanchi dell’ultima dittatura rimasta in Europa, avamposto del socialismo sovietico che Lukashenko ha potuto riproporre dal 1994 pressochè indisturbato in quanto utile stato “satellite” della Federazione Russa, spina nel fianco ai confini del più grande spazio democratico esistente al mondo, l’Unione Europea.


Il vento di cambiamento che da settimane soffia in Bielorussia è spinto da tre donne, che con il loro coraggio stanno portando il regime a vacillare e a far prendere seriamente in considerazione la possibilità di una transizione pacifica e di un avvicendamento al potere. La prima è Svetlana Tikhanovskaya, candidata per l’opposizione alle Presidenziali di un mese fa. Attivista per i diritti umani, ha sostituito il marito incarcerato dal regime come candidata, ottenendo peraltro un successo discreto: il suo 12% di suffragi va ovviamente ponderato con la situazione vigente in Bielorussia, dove trasparenza e imparzialità dei processi elettorali non sembrano essere pratiche così diffuse. Tikhanovskaya è stata la prima a mobilitare folle di persone per le strade di Minsk, ma è poi stata costretta a rifugiarsi in Lituania per sfuggire ad un probabile arresto. Oggi, dunque, la figura di riferimento è Maria Kolesnikova, musicista classica e principale referente dell’opposizione democratica a Lukashenko. Per non essere costretta all’esilio dalle autorità bielorusse (strategia adottata anche con Tikhanovskaya), Kolesnikova ha distrutto il proprio passaporto una volta giunta al confine con l’Ucraina ed è stata dunque arrestata dalle forze dell’ordine di Lukashenko.

 

È stato in questo momento che un grande numero di donne bielorusse sono scese in piazza per chiederne la liberazione, senza paura di essere imprigionate. Del resto, le proteste possono vantare una “madrina” davvero prestigiosa: si tratta di Svetlana Alexievich, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2015, unica figura rilevante dell’opposizione a Lukashenko a non avere ancora subito misure di detenzione o di limitazione della propria libertà. Anche Alexievich ha dimostrato di non avere paura della dittatura, effettuando inchieste sull’incidente nucleare di Chernobyl (prossima al confine tra Bielorussia e Ucraina) ed essendo costretta in passato a lasciare il Paese.


Sarebbe forse utopistico pensare che la sola mobilitazione della popolazione femminile riuscirà a “detronizzare” Alexander Lukashenko. Tuttavia, le proteste in corso in Bielorussia dimostrano che le donne sono pienamente titolate, sia come diritto ma anche grazie alle loro grandi capacità in termini di competenza e determinazione, ad assumere ruoli di primo piano in politica e nell’amministrazione pubblica. E’  improbabile che la Russia di Putin arrivi ad utilizzare l’esercito per ripristinare l’ordine a Minsk, poiché ciò non farebbe che peggiorare i rapporti già compromessi con l’Unione Europea e gli Stati Uniti.


Sacrificare Lukashenko in cambio di una transizione ordinata potrebbe essere un compromesso accettabile per lo “zar” di Mosca: si potrebbe dunque aprire uno spazio importante per la società civile bielorussa, guidata da queste grandi donne verso un possibile percorso di inizio democratico

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