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Il commento dell'esperto

Usa 2020, dopo Trump e il caos elezioni resisterà il trumpismo?

Da un lato i ricorsi contro l’esito del voto a favore di Biden, dall’altro le prospettive future per Trump, ma anche per il trumpismo, che non scomparirà

13 novembre 2020 10:27
Usa 2020, dopo Trump e il caos elezioni resisterà il trumpismo?

Il 45° Presidente Usa, chiuso alla Casa Bianca o sui campi da golf, non sembra dare ascolto a chi lo consiglia di concedere la vittoria al suo avversario, Joe Biden. Anzi, ha ingaggiato una seconda sfida, questa volta nelle aule dei tribunali a partire da quelli della Pennsylvania, dove è arrivato il ricorso per «violazione della Costituzione». Ma se il tycoon dovesse perdere questa partita, che fine farà? Si ritirerà dalla scena politica? Tornerà a fare l’imprenditore, magari fondando una propria tv, come sostiene qualcuno? Oppure cercherà di mantenere la guida repubblicana, puntando a una ricandidatura nel 2024? Sulla scelta potrebbe pesare lo spettro di una serie di cause, di fatto “congelate” per via dell’immunità di cui ha goduto come Presidente Usa. 

 

Trump e il trumpismo

Se ci siano margini per una riapertura dei giochi per Donald Trump lo si capirà nelle prossime settimane. Ciò che è certo, secondo gli analisti, è che anche se il tycoon dovesse ammettere la sconfitta di fronte alla bocciatura dei ricorsi presentati per presunte frodi elettorali, il trumpismo rimarrà. Forte di 70 milioni di voti in più rispetto alle consultazioni del 2016, Trump è riuscito ad aumentare l’elettorato repubblicano, anche nelle fasce di popolazione meno agiate, e il partito non potrà non tenerne conto. La riprova è che il Gop (Grand Old Party repubblicano) non si è ancora congratulato con l’avversario democratico, Joe Biden

«Basta guardare i risultati elettorali. Tutti si aspettavano l’onda blu, che però non c’è stata, così come non c’era stata nel 2016, seppure prevista. Quindi il trumpismo c’è e rimane, forse perché non è costituito solo da Trump. Lui è stato il catalizzatore di tante forze e sentimenti che si agitano nella pancia degli Stati Uniti ai quali è riuscito a dare un’espressione unitaria. Si tratta della metà degli Usa, non solo di fasce marginali. Per questo credo che il trumpismo, con o senza Trump, sia destinato a rimanere» commenta Gianluca Pastori, docente di Storia delle Relazioni Politiche tra Nord America ed Europa all’università Cattolica di Milano e membro dell’Ispi, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. 

 

Il futuro di Trump: tv o ricandidatura nel 2024?

C’era chi, alla vigilia del voto, parlava della creazione di una “Trump tv”, completamente in mano al tycoon. In realtà, all’indomani dei risultati del 4 novembre, ha iniziato a farsi strada l’ipotesi di una ricandidatura del 45° presidente, sostenuta per primo dal sito Axios, soprattutto alla luce del fatto che Joe Biden ha già manifestato la sua indisponibilità a un secondo mandato, anche per questioni anagrafiche (oggi ha 78 anni). 

Nel frattempo Trump continua ad agitare i repubblicani: i figli Donald Jr ed Eric hanno accusato il partito di non aver sostenuto il padre, mentre gli restano fedeli l’ex sindaco di New York e suo avvocato personale, Rudolph Giuliani, e il senatore del Texas, Ted Cruz, insieme a Lindsey Graham, che ha apertamente parlato di un eventuale nuovo round nella corsa alla Casa Bianca, tra 4 anni. Certo la decisione di licenziare, via Twitter, il capo del Pentagono, Mark Esper, nel pieno del caos post elettorale non ha giovato a placare gli animi della corrente “conservatrice”. «A questo punto, all’interno del partito repubblicano si aprirà un confronto tra i trumpisti e gli antitrumpisti, il cosiddetto mainstream. Quest’ultimo, però, è destinato a fallire se rimarrà reaganiano, perché oggi non viviamo più negli anni ’80. Occorre un ripensamento e questo deve necessariamente fare i conti anche con il trumpismo» spiega Pastori. 

 

Un erede di Trump?

Al di là delle suggestioni, che vorrebbero la figlia maggiore di Trump, Ivanka, scendere in campo per cercare di prendere le redini del partito repubblicano, chi potrebbe raccogliere l’eredità del tycoon? «Il problema del partito repubblicano, ma anche di quello democratico, non è tanto l’assenza di un erede, quanto l’opposto cioè un eccesso di leader potenziali – spiega il professore della Cattolica – Ci sono molte proposte politiche alternative, che finiscono per elidersi a vicenda: Trump nel 2016 è stato il frutto di questo fenomeno, cioè della presenza di tanti leader in competizione tra loro e incapaci di trovare una posizione comune. Lui è arrivato, ha rotto le regole esistenti e ha sbancato. Una situazione analoga si è ripetuta nel partito democratico alle primarie democratiche, con 25/26 candidati nella prima fase, poi ridotti a 18/19, comunque troppi. Quindi non credo che il problema sia di trovare un altro candidato, quanto di fare i conti con ciò che Trump ha rappresentato per metà degli americani, che non va dimenticato». 

 

Cosa ne sarà degli ultra-trampiani e dei cospirazionisti

Intanto sembra che Trump sia deciso ad andare avanti nel mondo politico e starebbe lavorando alla creazione di un Political Action Committee, che servirebbe anche a raccogliere fondi per finanziare una eventuale nuova campagna elettorale. Tra chi al momento sembra continuare a sostenerlo in modo aperto ci sono i complottisti, in particolare di QAnon (il movimento convinto che il Deep State, i poteri forti, abbia macchinato una cospirazione contro Trump), che è riuscito a far eleggere al Congresso due propri rappresentanti. C’è anche chi, specie sui social, ritiene che il risultato elettorale sia stato “manomesso” da Hammer, un supercomputer gestito proprio dal Deep State. Tra questi ultimi ci sarebbe anche Steve Bannon, ex consigliere poi silurato dallo stesso Trump. In rete circola anche un filmato nel quale si vedono decine e decine di schede elettorali bruciate, che avrebbero permesso a Trump – spiegano i complottisti – di vincere. 

A prescindere dalla veridicità del video e dalla consistenza di questi movimenti, di sicuro anche i democratici dovranno in qualche modo “scendere a patti” con i repubblicani e, in particolare, con il potente Mitch McConnell, capogruppo dei repubblicani in Senato, dove appunto il partito dell’elefante ha la maggioranza. Joe Biden, infatti, ha bisogno anche del via libera del Senato per far approvare la nomina dei propri ministri. Ma Mitch the Knife (“il coltello” come è soprannominato) è noto per il suo carattere per nulla accondiscendente. Ha la stessa età del Presidente eletto, lo conosce da tempo e, proprio come Trump, non ha ancora riconosciuto la vittoria.

 

Trump e la fine dell’immunità

Secondo molti analisti, tra le ragioni che spingerebbero Trump a non accettare la sconfitta ci sarebbero le conseguenze della fine della sua immunità presidenziale, dal prossimo 20 gennaio. Trai reati di cui potrebbe dover rispondere c’è anche il finanziamento illegale per la campagna elettorale, per la quale si sospetta anche di un’ingerenza da parte di Mosca, frode fiscale e assicurativa, e traffico di influenze. Anche l’accusa di conflitto di interessi potrebbe approdare in un’aula di tribunale per il fatto di aver ospitato, nei quattro anni di mandato, eventi ufficiali in hotel della Trump Organization. E’ vero che il tycoon non è nuovo a problemi legali, tanto da aver affrontato 6 bancarotte, 26 accuse di molestie sessuali e ben 4.000 cause, tra le quali l’impeachment nel 2019, da cui però è uscito indenne. 

Ora sembra che la figlia maggiore, Ivanka, e il genero, Jared Kushner, stiano negoziando con i democratici per un Presidential Pardon, un accordo che permetterebbe un’amnistia a The Donald, ma questa si applicherebbe solo ai reati federali. Insomma, “il caso” non è ancora chiuso e probabilmente gli strascichi dureranno a lungo.

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