Il caos dem

Zingaretti non ci ripensa. Si apre la corsa alla segreteria del Pd

In pole position ci sono Bonaccini, Orlando e Franceschini. Ma la vera sfida sarà mantenere unito il partito e trovare una nuova tregua tra le correnti

Non c’è e non ci sarà nessun ripensamento”. Nicola Zingaretti dalla sua pagina Facebook conferma le dimissioni. Piuttosto, scrive, ora deve essere “il gruppo dirigente a fare un passo in avanti nella consapevolezza di avere un confronto più schietto, franco e plurale ma anche solidale sul ruolo del Pd, sui valori di riferimento, sulla nostra idea dell'Italia e dell'Europa. Io non ce l'ho fatta ad ottenerlo, perché più che il pluralismo ha prevalso la polemica. Ho fatto dunque un passo di lato. Spero che ora questo confronto sia possibile”.

 

Nonostante alleati e avversari nel partito gli abbiano chiesto di ripensarci, il presidente della Regione Lazio non torna indietro, ad horas è attesa la formalizzazione della rinuncia all’incarico. E spera che il suo “gesto aiuti il Pd a ritrovare quella voglia di discutere anche con idee diverse ma con più solidarietà, più rispetto e più efficacia per amore dell'Italia”. Rinnoverà la tessera nel 2021 Zingaretti, perché rimane “convinto che” il suo partito “sia la grande forza popolare che può garantire al Paese buon governo e l’alternativa alle destre che cavalcano i problemi e non li risolvono".

Ma quello che lascia è una forza politica che stenta a trovare una sua stabilità, divorata da divisioni interne e da due spinte principali che vanno in direzioni opposte: una verso il centro, l’altra a sinistra.

 

Sarà difficile trovare la quadra. Zingaretti, che per due anni ha governato i dem con ben il 70 per cento dei consensi interni, non è riuscito ad un certo punto a tenere in mano le redini di un cavallo impazzito. Persino quell’alta quota di appoggi, numerica più che sostanziale nei mesi recenti, si è dimostrata insufficiente. Da parecchio tempo gli equilibri nel Pd traballano. Incrinature di rilievo si registrano fin dalla nascita del Conte II con l’ingresso in maggioranza insieme ai 5Stelle. La partecipazione al governo e una ripartizione bilanciatissima di ruoli e incarichi hanno però garantito una tregua.

A volte mal digerita, ma pur sempre una sospensione dello stato di belligeranza tra correnti. Un armistizio rotto dalla caduta dell’esecutivo giallorosso e l’arrivo prorompente sulla scena politica di Mario Draghi. E sì, perché se da un lato il governo di salvezza nazionale con al timone l’ex governatore della Bce ha rinvigorito Lega e Forza Italia, ritornate al potere, dall’altro ha ridimensionato, e di parecchio, i due principali partiti dell’ex coalizione di governo. La loro deflagrazione è stato il primo effetto del nuovo assetto politico e di governo.

 

L’accelerazione della crisi del Pd è andata di pari passo con la spinta di Zingaretti a rinsaldare l’asse con il M5S. L’assedio al fortino del segretario da parte del correntone di minoranza guidato dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e da Luca Lotti non è partito solo per anticipare il congresso. Ma anche per un cambio di passo sulla linea politica. Agli ex renziani, disposti a lasciare la gestione collegiale frutto della tregua, il rinnovo di un patto con Conte non ha mai convinto, tanto meno la sua incoronazione a leader dell’alleanza. Ma la ricerca di un nuovo baricentro, ora che la corsa è ufficialmente aperta, passa necessariamente dalla scelta del futuro leader. Nell’era in cui la personalizzazione della politica è figlia legittima della progressiva povertà ideologica, l’elezione del nuovo segretario del Partito democratico sarà il vero terreno di scontro delle opposte fazioni.

 

Per l’area moderata e centrista è presumibile che il candidato sia l’attuale governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. Da mesi tra gli avversari più agguerriti del segretario dimissionario. A sinistra domina incontrastato, Andrea Orlando, attuale vice segretario al Nazareno e ministro del Lavoro. Fortissima, e una via di mezzo, è anche la corrente di Dario Franceschini. Di formazione democristiana il ministro della Cultura ha sostenuto fino alla fine la gestione di Nicola Zingaretti. Ma la vera sfida sarà mantenere unito il partito. Intanto il 13 e il 14 marzo è convocata l’Assemblea nazionale.

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