Il viaggio

Draghi in Libia, prove per ridare all’Italia un ruolo da protagonista

Oggi il premier vola a Tripoli per incontrare il capo del governo, Abdul Hamid Dbeibah. Obiettivo: ricostruire la nostra presenza nel Mediterraneo

Ridare all’Italia un ruolo strategico nel Mediterraneo e ricostruire canali diplomatici - politici ed economici – rilevanti anche per i rapporti col mondo arabo. Le prime parole nel discorso di insediamento in Parlamento di Mario Draghi furono dedicate alla politica estera. Ma il suo esecutivo non vuole essere solo ‘atlantista’ ed ‘europeista’. Ci sono da recuperare dieci anni di errori e assenze, innanzitutto in Libia. Oggi il premier è a Tripoli per incontrare Abdul Hamid Dbeibah, capo del governo di unità nazionale, nato solo poche settimane fa con l’appoggio delle Nazioni Unite, che dovrebbe traghettare i libici verso regolari elezioni in dicembre. I dossier aperti, oggetto dell’incontro, sono diversi: ma il primo, da cui dipende la realizzazione di ogni obiettivo e progetto, resta la pacificazione dell’area.

 

E’ la prima visita all’estero del presidente del Consiglio. La Libia è martoriata da dieci anni di guerra civile. Dopo l’uccisione di Mu’ammar Gheddafi nel 2011 e l’incapacità persino di chi ha voluto la destituzione del Colonnello - Stati Uniti e Francia in testa - di riportare ordine tra le opposte fazioni, per la prima volta c’è una speranza concreta. Ma la situazione politica è ancora da districare. La guerra tra Al Sarraj, leader in Tripolitania, e il generale Haftar, capo della Cirenaica, ha aperto le porte alla Turchia di Erdogan, in sostegno del primo, e ai russi di Putin, in favore del secondo. Trasformando radicalmente neli ultimi cinque anni gli equilibri nel Mediterraneo. Fuori dai giochi sono rimasti, colpevolmente, Italia ed Unione Europea. Inerti di fronte all’escalation del potere di Mosca e di Ankara in un territorio in cui, troppo facilmente, le armi hanno preso il sopravvento.

 

Ora il ruolo di Roma è tutto da ricostruire. Mario Draghi ne è consapevole e cerca di agire con rapidità, oltre che in prima persona. Domenica Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, con una visita lampo a Tripoli, ha voluto esprimere il forte sostegno europeo al processo di riconciliazione nazionale e al nuovo governo. Ma la pace in Libia tocca da vicino l’Italia più che altri Paesi membri dell’Ue. A causa della drammatica questione dei flussi migratori, che si è solo riusciti a tamponare con i discutibili accordi del 2017. E per via delle innumerevoli commesse interrotte dal 2011, che la diplomazia economica è al lavoro per far ripartire. Da rimettere in moto non solo le opere commissionate a società italiane, come l’aeroporto internazionale di Tripoli. La Libia è tutta da ricostruire: infrastrutture stradali, ferroviarie, energetiche. Per non parlare di quelle petrolifere, distrutte o danneggiate dalla guerra. Senza le quali non è possibile rimettere a regime i giacimenti di idrocarburi, principale fonte di ricchezza del paese.

 

La cornice politica, come dicevamo, è però complessa. Coinvolge i rapporti con la nuova amministrazione statunitense di Joe Biden, con la Nato e con una insidiosa Turchia. Le recenti e persistenti provocazioni di Ankara nei confronti della Grecia, che sta subendo sconfinamenti in mare per importanti giacimenti energetici, preoccupano Roma. Avallare questi atti di prepotenza nel Mediterraneo significa creare pericolosi precedenti e l’Italia non può far finta di nulla. La riconquista di autorevolezza nel bacino che lega l’Europa all’Africa settentrionale passa anche dalla capacità di porre un freno alle mire turche, in Libia come nelle acque greche. Un’operazione che potrebbe tornare utile a Washington. Che qualche difficoltà con il presidente Erdogan – alleato nella Nato - ce l’ha, e non solo su sistema di valori e diritti umani. Poi c’è la Russia. Che in Libia ha impegnato armamenti, uomini e ingenti somme e che si aspetta una contropartita. E’ da escludere che dalla Cirenaica esca senza batter ciglio. I rapporti con Mosca in questo momento sono tesi. Il caso della spia italiana al servizio di funzionari russi ha accresciuto la diffidenza verso il Cremlino ed è la dimostrazione dell’interesse crescente di Mosca nel reperire informazioni su Patto Atlantico e Paesi Ue. Nessuno si fida di Putin nel Vecchio Continente, ma per evidenti ragioni commerciali ed economiche non si provvede a contestazioni più incisive.

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