Variante Covid

Arriva anche la variante sudafricana: cos’è e perché preoccupa

La nuova mutazione del coronavirus potrebbe essere più contagiosa di quella inglese che ha portato al terzo lockdown nel Regno Unito. Cosa si sa finora

La prima volta è stata isolata e identificata a novembre, poco dopo l’esplosione di casi nel Regno Unito che gli scienziati britannici attribuiscono alla variante inglese. Si tratta della nuova mutazione, questa volta sudafricana, che preoccupa gli esperti.

Si chiama 501.V2 ed è considerata molto simile a quella inglese, anche se avrebbero avuto origini differenti. Dopo l’annuncio della scoperta da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche le autorità sudafricane hanno ufficializzato la notizia, lo scorso 18 dicembre. Nell’arco di pochi giorni la mutazione è stata rilevata anche in altri Paesi, persino molto lontani come l’Australia e il Giappone, oltreché in Europa (Finlandia, Svizzera e Regno Unito).

 

Variante sudafricana: più pericolosa o contagiosa?

La domanda che si sono posti gli esperti e anche i cittadini alla notizia di una nuova variante è se possa rappresentare un nuovo pericolo. Secondo quanto si sa finora, avrebbe in comune con la variante inglese l’alterazione della proteina Spike chiamata N501Y, ma in aggiunta presenterebbe anche altre mutazioni del codice genetico, come la E484K. Questo porterebbe a pensare che abbia un’alta carica virale, ma gli studi condotti finora non sono sufficienti a confermare l’ipotesi. Per questo la stessa OMS in una nota ha chiarito che "non ci sono prove chiare che la nuova variante sia associata a forme di malattia più grave o a esiti peggiori". Nessun riferimento, dunque, a una eventuale maggiore letalità né a una maggiore facilità di trasmissione della malattia. Perché preoccupa, dunque?

 

Il rischio di più ricoveri

Come nel caso della variante inglese, e prima ancora di quella italiana, il rischio è che la nuova mutazione possa portare a un maggior numero di contagi e dunque a un collasso delle strutture sanitarie. Per questo un Paese come il Regno Unito ha deciso di sospendere i collegamenti aerei con il Sudafrica, dal quale nelle scorse settimane erano già arrivati diversi passeggeri. Si ritiene, infatti, che possano essere stati loro a veicolare la variante del virus, dopo un soggiorno del Paese africano, dove si pensa che la mutazione possa avere fatto la sua comparsa fin dallo scorso agosto, per poi essere identificata solo a novembre. 

A creare un nuovo allarme, però, è anche l’eventuale resistenza del virus mutato ai vaccini messi a punto o allo studio finora. 

 

Variante sudafricana Covid: vaccino inefficace?

A instillare il dubbio questa volta è stato Sir John Bell, professore di Medicina all’Università di Oxford e componente della task force sull’emergenza sanitaria e sui vaccini, istituita nel Regno Unito. L’esperto ha ipotizzato una certa “refrattarietà” potenziale ai vaccini e in particola a quello messo a punto da AstraZeneca-Oxford. Secondo lo scienziato la variante sudafricana “presenta delle mutazioni sostanziali nella struttura della proteina” Spike, utilizzata per entrare nell’organismo, ma anche dal vaccino per riconoscere il virus e quindi attivare il sistema immunitario con la produzione di anticorpi. 

Lo stesso esperto, però, ritiene che sia troppo presto per poter affermare l’eventuale inefficacia dei vaccini o la loro “completa inefficacia”. Come per la variante inglese, infatti, i nuovi vaccini anti-Covid sono stati ideati in modo tale da poter essere a loro volta “modificati” ad eventuali mutazioni del virus, proprio come già accade con la vaccinazione antinfluenzale che viene adattata ogni anno al ceppo di virus circolante. Un’operazione di questo genere, secondo Bell, potrebbe richiedere tra le quattro e le sei settimane. 

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