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Quando Bridgerton di Shonda Rhimes banalizza il femminismo

La serie della maga di Grey’s Anatomy Shonda Rhimes annulla la sofferta conquista dei diritti delle donne, dall’istruzione alla proprietà. I costumi poi...

30 dicembre 2020 09:55
Quando Bridgerton di Shonda Rhimes banalizza il femminismo

Saltando qui e là per l’imbarazzo dei dialoghi (“sono giunti i vestiti” non lo dicono neanche i maggiordomi da operetta, tanto meno si diceva nel primo Ottocento) e le sconclusionatezze nei costumi di cui scriveremo a breve, abbiamo visto la prima puntata di Bridgerton, il nuovo serial prodotto da Shonda Rhimes che, giustamente visto il successo clamoroso delle sue produzioni (una su tutte Grey’s Anatomy) ha battezzato la propria casa di produzione Shondaland.

 

In Shondaland succedono le cose per le quali grandi storiche come Olivette Otele dell’Università di Bristol scrivono libri propedeutici sugli scambi culturali antichissimi fra Africa ed Europa, così magari si abbattono meno statue a vanvera e ci si concentra sulle ingiustizie vere, e le storiche del femminismo come Paola di Cori, scomparsa pochi anni fa, hanno battagliato per tutta la loro vita. Una scena dopo l’altra viene distorto o, meglio, annullato, il senso evolutivo della storia, che è fondamentale per comprendere a fare proprie le conquiste femminili, le loro battaglie, la loro lenta, sofferta acquisizione di diritti, primo fra tutti quello alla proprietà. Di sé, prima ancora che di un patrimonio.


Femminismo non è indossare le t shirt di Dior “we should all be feminist”, oppure anche, perché no, ma non è sufficiente: bisogna sapere che lotta c’è ancora ma che c’è stata, durissima, e che ha comportato morti, prigionie, violenze. D’accordo, Bridgerton è l’equivalente di un romanzetto Harmony (ah sì, è tratto da un romanzo, ma insomma sempre lì stiamo, ad Harmony) e dunque dovrebbe essere fruito come tale, cioè come il divertimento di qualche ora, epperò che peccato perdere una bella occasione per raccontare bene a milioni di persone, anche in modo divertente per carità, cose vere, interessanti. La battaglia femminile per l’istruzione non può essere lasciata alla battuta di una scialba attricetta, modellata sulla Jo delle Piccole Donne, che dichiara di voler andare all’università (by the way, all’epoca qualcuna ci era già andata e si era pure laureata, perfino in Italia). Qualche esempio. Ai tempi in cui l’azione del serial si svolge, prendendosi la libertà di andare a letto con uno e con l’altro o, peggio, di restare incinte come alcune delle protagoniste si rischiava di essere rinchiuse in manicomio, di essere confinate in campagna e costrette a lasciare il proprio bambino (successe a Georgiana, duchessa di Devonshire) o, se povere, di finire a lavorare come schiave in una fabbrica o a battere la strada.


Le donne scomode come la Bertha di “Jane Eyre”, che pretendevano di affermare la propria volontà, venivano chiuse negli “asylum”; rischiavano doppio se, oltre a possedere una volontà decisa, avevano anche denaro proprio di cui disporre che, per sorte miracolosa, non era finito nelle mani di fratelli, zii o nipoti, i primi degli “aventi diritto”. L’interdizione da parte dei parenti era una possibilità molto concreta, e ne abbiamo avuto un’ennesima prova qualche giorno fa, leggendo la prima traduzione in italiano dei diari di Anne Lister, la prima lesbica dichiarata e quasi ufficialmente sposata della storia, anche lei vissuta – ma davvero – negli anni e nei luoghi di “Bridgerton”. La sua vedova, Ann Walker, si salvò per il rotto della cuffia dal complotto dei parenti che avevano messo gli occhi sull’eredità. Una donna sola che gestiva molto denaro e disponeva della propria vita era una straordinaria eccezione. In Bridgerton, tutti i problemi sembrano le chiacchiere delle malelingue.


E adesso, i costumi. Passi per Lord Hastings (sì, lo sappiamo che tutte le signore guardano il serial soprattutto perché c’è Regé-Jean Page, condividiamo l’entusiasmo) che si presenta a un ballo in stivali da equitazione e non in scarpini con la fibbia, qualche eccentrico c’era anche allora; passi per la bruttezza infinita di quei tessuti in poliestere che sotto le luci sembrano crepitare per la statica; passino addirittura quei gioielli da mercatino che solo in pochi, pochissimi casi evocano l’oreficeria inglese del primo Ottocento (dopotutto anche la Maria Antonietta di Norma Shearer, vestita da Adrian, sembra pronta per andare a bere un cocktail al Waldorf Astoria, piume incluse). Quello che proprio non può passare è il busto portato a pelle, modello Brooke Shields “che cosa c’è fra me e i miei Calvin Klein? Niente”. Il busto, ancorché scomodo, orribile, dannoso per la salute e tutto quel che si vuole, non era un cilicio e si indossava sopra la chemise bianca e lunga, che era l’unico indumento comune a tutte le donne, di ogni condizione: le ricche ne cambiavano anche due al giorno. 

 

Dunque la scena in cui la schiena di Daphne sanguina per lo strofinamento del busto è accattivante ma un po’ esagerata (i danni prodotti dal busto erano purtroppo peggiori, ma meno visibili), a meno che non sia un omaggio alla famosa narrazione di Claudia Cardinale sulle ferite che le aveva inferto il busto a cui l’aveva costretta Luchino Visconti per le riprese del Gattopardo: busto a cui lei, già quasi trentenne, madre e cresciuta senza costrizioni, non era ovviamente abituata (e qui avete capito quale fosse il danno principale dell’uso del busto, e cioè la modifica permanente della cassa toracica e lo spostamento degli organi interni, da cui le difficoltà nelle gravidanze e nei parti). Invece è correttissimo l’uso delle piume bianche alte sull’acconciatura delle debuttanti, lo strascico, i diamanti e tutto il resto, e vi diciamo di più: fu proprio la regina Charlotte a imporre quello stile per le presentazioni a corte, e fu proprio Charlotte, discendente dalla portoghese Margarita de Castro Y Sousa la prima regina di origine multietnica di Inghilterra.

Dunque no, che Bridgerton vanti nel cast molti attori di colore non è affatto un tema, anzi: chi ha detto che il duca di Hastings debba essere un bianco; è noto che, queen Charlotte a parte, l’Inghilterra e la Francia Ancien Régime avessero fra i propri ranghi molte più figure di origine mista di quel che si creda, un caso per tutti quello di Dido Belle Lindsay, nipote del conte di Mansfield. Quel che disturba, in Bridgerton come in altri dei nuovi serial dove l’unico obiettivo sembra quello di far scattare l’identificazione fra la protagonista col diadema e la casalinga del New Jersey, è l’azzeramento dell’evoluzione sociale, la percezione del cammino compiuto, delle differenze colmate a poco a poco. E questo ci sembra un cattivo, cattivissimo servizio reso agli spettatori.

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