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Ritratti (poco) diplomatici

Mohamed Bouazizi, il fruttivendolo tunisino delle primavere arabe

Bouazizi si diede fuoco e morì per protesta contro la corruzione e Ben Alì venne deposto. Purtroppo negli altri paesi arabi la protesta alla fine fallì

Non è vero che la Storia, quella con la “S” maiuscola, è fatta solo da avvenimenti compiuti da uomini e donne che ricoprono ruoli di potere o che implicano grandi responsabilità. Ci sono stati momenti in cui il corso degli eventi è stato influenzato – e cambiato – anche da gente comune, sconosciuta fino al giorno in cui il loro gesto ha avuto un'eco internazionale e provocato conseguenze che si fanno sentire ancora dopo molti anni. A dieci anni dallo scoppio delle “Primavere arabe”, mi viene da pensare al ruolo che ebbe Mohamed Bouazizi, un semplice fruttivendolo tunisino, nel provocare ondate di proteste e rivolta che misero in subbuglio buona parte del mondo arabo.

 

Un po' come l'assassinio del principe ereditario asburgico Francesco Ferdinando da parte dello sconosciuto anarchico serbo-bosniaco Gavrilo Princip, “fiammifero” che aveva innescato la “miccia” della polveriera balcanica portando allo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914, il gesto tragico di Bouazizi provocò profondi cambiamenti nella regione nordafricana e mediorientale. Il 17 dicembre del 2010 il fruttivendolo si diede fuoco nella piazza centrale di un piccolo paese tunisino, in segno di protesta contro la corruzione dilagante nelle autorità del proprio Paese. Bouazizi purtroppo morì dopo pochi giorni a causa delle ustioni riportate, ma il suo gesto causò un formidabile “effetto domino” che mise in subbuglio buona parte della regione. Come sappiamo, in Tunisia venne rovesciata la dittatura di Ben Ali dopo quasi trent'anni di potere incontrastato e fu instaurato un regime più democratico, che fortunatamente resiste ancora oggi.

 

Purtroppo, non si può dire lo stesso degli altri Paesi arabi. Dieci anni dopo, non solo sembra di essere tornati al punto di partenza di chi invocava più democrazia e maggiore rispetto dei diritti umani, ma in diversi casi sono aumentati instabilità politica e repressione delle libertà individuali. La Libia, dove nel 2011 venne brutalmente posto fine al regime di Muhammar Gheddafi, ancora oggi si paga lo scotto di aver favorito una destituzione del “colonnello” senza aver gettato le basi per una transizione di potere pacifica e ordinata: il Paese, frammentato in fazioni tribali e privo di una vera e propria società civile, è ancora diviso dallo scontro tra Tripoli e Bengasi, mentre economia e investimenti esteri sono stati penalizzati dalla grande insicurezza causata dall'alto numero di attentati che si sono verificati negli ultimi anni.

 

In Egitto, le proteste di piazza Tahrir avevano causato la fine del regime del “faraone” Mubarak e condotto il partito dei Fratelli Musulmani al potere dopo libere elezioni. Fu un golpe militare però a porre fine a questa esperienza dopo un solo anno e a instaurare un regime ancora più autoritario e oppressivo, sotto la guida del generale al-Sisi. L'Egitto di oggi è molto lontano dal poter essere definito una “primavera” – le tragiche vicende di Giulio Regeni e Patrick Zaky ce lo ricordano ogni giorno – anche se quantomeno la ritrovata stabilità politica ha assicurato l'avvio di un percorso di crescita economica.

E non dimentichiamoci ovviamente della Siria, dove le proteste contro il regime di Bashar al-Assad hanno suscitato una sanguinosa guerra civile nella quale si sono insinuati anche i fanatici terroristi dell'ISIS, con le conseguenze ben note. Una volta esempio di stabilità e sviluppo economico oggi buona parte della Siria è ancora ridotta ad un cumulo di macerie in attesa di una ricostruzione che durerà a lungo.

 

Che dire dunque, a oltre dieci anni dal gesto di Bouazizi? A volte basta senz'altro poco per cambiare il corso degli eventi, ma spesso gli episodi sono sfruttati e manipolati da Stati e attori influenti per volgere le situazioni a proprio vantaggio. Le potenze europee e occidentali hanno purtroppo adottato una strategia inadeguata nell'area MENA, entrando in competizione tra loro per lo sfruttamento delle risorse energetiche (come in Libia) o lasciando dei preoccupanti vuoti di potere in contesti come la Siria, dove Russia e Turchia hanno potuto agire liberamente fomentando la guerra civile. Servirebbe dunque un piano lungimirante e coordinato per il Medio Oriente da parte dell'Unione Europea , una sorta di piano Marshall adattato al Mediterraneo: all'Italia spetterebbe il compito di promuovere un'azione in tal senso, al fine di garantire  la sicurezza e lo sviluppo in un'area vitale  non solo per il nostro Paese ma per tutto il continente.

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