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Dietro la tattica dei partiti e la mossa di Berlusconi

Il teatrino del Quirinale non può che avere un finale obbligato

La conferma del tandem Mattarella-Draghi o il premier al Colle per dare all’esterno un forte segnale di stabilità del Paese nel medio periodo

Il teatrino del Quirinale non può che avere un finale obbligato

Si, alla fine tutti d’accordo per il vaccino obbligatorio da 50 anni in su, la variante Omicron è meno letale ma più invasiva e riguarda tutti più di prima, e magari per distrarci un pò dalla paura (e dalla burocrazia sanitaria che il contagio comporterebbe) i quotidiani da oltre un mese dedicano pagine e pagine alla corsa al Quirinale. Riportano ogni battito d’ala dell’ultimo esponente del gruppo misto che, purtroppo, non si trasforma in tsunami dall’altra parte dell’emiciclo, fanno i ritratti dei candidabili o presunti tali, nascondono l’irrilevanza di Conte nei Cinque Stelle magari perchè ora fa comodo anche all’attento Di Maio, enfatizzano il possibile ritorno di D’Alema nel Pd ma da inizio dicembre a questa parte la situazione non si è spostata di un millimetro.

 

È bene allora ricapitolarla: attualmente la coalizione di governo da sola esprime per l’elezione del presidente della Repubblica la maggioranza cosiddetta qualificata, pari a 673 votanti (parlamentari, tra cui i sei senatori a vita, e grandi elettori designati dalle regioni). Se tale maggioranza non è in grado alla prima votazione, o anche alla seconda, di rappresentare il punto di partenza per eleggere l’inquilino dell’ex palazzo estivo dei papi, chiunque riuscisse poi a raggiungere la maggioranza assoluta di 505 voti si troverebbe di fronte alle macerie della legislatura poichè da presidente eletto dovrebbe prendere atto che la maggioranza che attualmente sorregge il governo Draghi non esiste più e da lì ripartire per cercare di mettere insieme i cocci.

 

Ma, a quel punto, poichè ormai si vedono sempre più ad occhio nudo le divergenze tattiche e strategiche tra le forze politiche che, come è ben noto, si trovano nel percorso finale della legislatura e sono alla ricerca di temi identitari sui quali compattare il corpo elettorale di riferimento, diventerebbe impresa ardua per chiunque formare un nuovo governo retto da un nuovo patto di unità nazionale o da qualcosa che ad essa si avvicina. E allora le elezioni anticipate nella tarda primavera diventerebbero ineluttabili, nonostante a parole tutti concordano sul fatto che nessun partito le voglia perchè nessun parlamentare vuole andare a casa prima del tempo.

 

Elezioni ineluttabili non certo per volontà del nuovo inquilino del Quirinale, il quale non potrebbe che prendere atto della divergente prospettiva delle forze politiche e quindi dell’impossibilità di formare una maggioranza e firmare il decreto di scioglimento delle Camere (anche se lui fosse personalmente contrario e magari ci fosse stato un tacito patto in tal senso al momento dell’elezione). Del resto, nell’attuale quadro politico, che resta di crescente contrapposizione e di tenace quanto sordo scontro personale tra i leader anche all’interno degli stessi schieramenti, non sono previsti e prevedibili i cosiddetti “governi balneari” della Prima Repubblica, che servivano egregiamente a superare un periodo di difficoltà soprattutto nel pieno e non alla fine delle diverse legislature. E non a caso Matteo Renzi, che vedrebbe bene Draghi al Colle, premette che bisogna subito occuparsi della maggioranza di governo per chi lo sostituirà a palazzo Chigi.

 

Come questo sito ha da sempre sostenuto, e molti commentatori oggi condividono, il dopo Draghi è già  delineato: il governo rimarrebbe esattamente quello in carica, cambierebbe soltanto il presidente del Consiglio, che (lo si dice ovviamente con il massimo rispetto) nella situazione data non è un grande problema individuare. Nessuno dubita infatti che con Draghi al Colle almeno in quest’ultimo anno di legislatura sarebbe ancora lui a indirizzare le scelte; per il dopo elezioni tutto è ancora troppo incerto e fumoso per azzardare una qualunque previsione ed è proprio ed ancor più per questo motivo che le cancellerie di tutto il mondo, i mercati finanziari, l’Europa si sentirebbero tutti ben rassicurati, al di là dell’esito elettorale, dalla presenza di Mario Draghi sulla più alta carica dello Stato.

 

Nel frattempo, i partiti fanno bene a perseguire propri obiettivi, ci mancherebbe. Sappiamo che la politica ha i suoi riti e che talvolta vive di teatrini e che alcuni passaggi vanno, come si dice “consumati”, ma nella situazione in cui ci troviamo (pandemia meno letale ma più invasiva, ripresa dell’inflazione, costi dell’energia alle stelle, necessità di rispettare al millimetro le regole europee per i fondi del Pnrr, urgenza di rinnovare le moratorie sui prestiti alle imprese) prima si fischia il finale della partita quirinalizia e più e meglio si contrasta anche la disaffezione dei cittadini verso le istituzioni e le forze politiche.

 

Dato atto ai partiti della necessità di fare ammuina, per venire al dunque si potrebbe facilmente rovesciare l’impostazione tatticamente attendista con questa banale domanda: se fossimo in un sistema di elezione diretta del presidente della Repubblica, chi sceglierebbero gli italiani? Nessuno dubita che ci sia partita tra Mario Draghi, l’auto candidatura di Berlusconi (che intanto serve al fondatore di Forza Italia per ridurre l’acqua in cui nuotano Salvini e Meloni), e i vari Amato-Bindi-Cartabia-Casini-Franceschini-Sciarra-Severino. E nessuno dubita che la risposta sarebbe la stessa se rivolta ai capi di stato e di governo o alle cancellerie dei principali paesi alleati e non. Per cui quello che, finiti gli auguri formali per l’anno nuovo, possiamo sommessamente augurarci è quanto segue, in rigoroso ordine sparso: uno, la prosecuzione del tandem Mattarella-Draghi, con tutti i partiti (nessuno escluso) che si incamminano a piedi verso il Quirinale per rallentare fisicamente il trasloco dell’attuale inquilino; due, Mario Draghi; tre, Mario Draghi. Si tratterebbe di una scelta forte e chiara per dare, nell’epoca della comunicazione continua, un forte messaggio di stabilità del Paese all’interno e soprattutto all’esterno: o si sceglie di mantenere il tandem attuale, oppure si gioca la carta della personalità italiana agli occhi del mondo più credibile.

 

Questo scenario è molto nelle mani di Silvio Berlusconi: la candidatura è stata una delle sue mosse geniali di imprenditore e di politico, il sistema informativo che gli fa indirettamente e direttamente capo è opportunamente mobilitato (così come quello avverso), i candidati del centro sinistra, premier a parte, si elidono a vicenda, la scelta di Giorgia Meloni di restare all’opposizione e la difficoltà di Matteo Salvini di offrire alla Lega prospettive di nuova crescita lo hanno ricollocato al centro della scena. Poichè egli stesso, finita la fase del patriottismo aziendale (dei suoi dipendenti e dell’intero centro destra, quest’ultimo ovviamente finirà prima), sa che non potrebbe mai farcela e non osiamo credere che davvero ci siano un centinaio di voti “in vendita” (differenza algebrica tra voti di centro destra al netto dei franchi tiratori e voti in più che servono) o che lui voglia davvero “comprarli”, allora sul serio questa volta potrebbe fare il king maker, insieme al Pd di Enrico Letta, nipote del suo storico braccio destro Gianni. Per la riconciliazione nazionale, e anche internazionale, basta e avanza.

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