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L’Italia e le conseguenze di Putin

La terribile serietà della guerra e la sovranità energetica che manca

L’aggressione dell’Ucraina e il nuovo quadro internazionale comportano scelte nette per tutti, a cominciare dalla politica e dall’economia.

La terribile serietà della guerra e la sovranità energetica che manca

Da quasi un mese la popolazione ucraina sta subendo sulla propria vita, sulla propria pelle, l’aggressione dell’esercito russo, che sta lentamente ma inesorabilmente distruggendo le città e stringe ormai Kjiv (seguiamo l’alfabeto ucraino, Kiev invece è scrittura russa) in un assedio che difficilmente potrà vedere la vittoria dei resistenti. Questi sono i fatti, ed è talvolta inutile seguire il dibattito italiano che ormai si snoda su due binari paralleli: il primo, quello maggioritario (si spera), è la paura delle conseguenze sull’economia e sul nostro stile di vita unito alla vicinanza e in molti casi all’aiuto attivo all’Ucraina aggredita che il governo ha messo in campo nell’ambito della solidarietà europea e delle misure decise dall’Occidente. Il secondo è quello di un ambiente più ristretto ma che proprio per questo rischia di avere più rappresentanza di quello che merita ed è il partito del nè con la Russia nè con l’Ucraina, triste epigono attuale del famoso “nè con lo Stato nè con le Br” degli anni Settanta del secolo scorso da parte di una minoranza che non si rendeva conto del danno che arrecava al Paese e alle istituzioni repubblicane. Oggi significa dar ragione all’aggressore Putin, perchè la guerra è una cosa terribilmente seria che va ben al di là di qualsiasi opinione da talk show.

 

Questo schieramento ha anche una categoria, diciamo così inferiore, fatta da alcuni professori che pontificano in televisione e che negano l’evidenza dell’aggressione perchè gli Stati Uniti hanno fatto cose simili nel mondo prima che Putin invadesse l’Ucraina e che loro stessi avevano tempo fa messo in guardia dall’accogliere Kjiv in Europa o, peggio, nella Nato.

 

Ma il problema più importante riguarda la prospettiva: l’orticello italiano, che trova ambiguità in Parlamento nei Cinque Stelle e anche nella Lega, non sa come darsi una mossa per trarne le conseguenze almeno sull’autonomia energetica del Paese, senza la quale ogni discorso di libertà, di sovranità e di indipendenza va a farsi friggere: quanto possiamo continuare con i pannicelli caldi degli aiuti sulla bolletta o il taglio di 25 centesimi sul prezzo della benzina alla pompa senza mettere in campo un serio ritorno al nucleare sconfessando il referendum fatto sull’onda di Chernobyl e riconoscendo che al danno di comprare il costoso nucleare francese potremmo aggiungere la beffa di un incidente che può portarci le nubi tossiche sopra le Alpi nel giro di qualche ora? Quando riprendiamo sul serio ad estrarre quel gas che i No Triv ci hanno costretto a regalare ai paesi dell’altra sponda dell’Adriatico? Quando faremo i rigassificatori? Si potrebbe continuare, ma tocca al governo presentare in Parlamento una serie di proposte concrete, operative, immediate. Se non ora quando?

 

Il resto appartiene poco a noi, salvo evitare il cinismo di chi invita gli ucraini ad arrendersi così da porre fine alla guerra: che diritto abbiamo di chiederglielo mentre gli uomini accompagnano le proprie donne e i propri bambini alla frontiera con la Polonia (sin quando è possibile) e poi tornano per combattere in difesa del proprio Paese? Solo per tacitare le nostre anime belle in prima fila per la pace, ma che in realtà temono che dobbiamo rinunciare a qualche grado di riscaldamento nelle nostre case? Appartiene a Stati Uniti e Cina, che hanno ripreso a parlarsi e che (sia pure con enormi differenze di tono rispetto a Putin) si rendono conto che l’economia mondiale può essere destabilizzata. Appartiene all’Europa, che è stata unita sulle sanzioni ma continua ad approvvigionarsi al gas russo, e che deve rivedere subito la priorità modaiola del Green Deal entro il 2035, mentre il resto del mondo non solo inquina ma nel caso di Putin fa anche guerra e distruzioni. Appartiene alla Germania, che (fatto storico) ha stanziato 100 miliardi di euro per dotarsi di un esercito adeguato. Appartiene alla Francia, che è una potenza nucleare e ha le centrali per l’energia.

 

Apparterrà anche a noi se sapremo far seguire le parole ai fatti, dopo decenni di colpevole ignavia. Altrimenti, ora che Putin ci ha persino ammonito a non inasprire le nostre sanzioni, sarebbe meglio dichiarare subito la nostra neutralità in quella che nel migliore dei casi sarà la nuova guerra fredda, cosa peraltro impossibile visto che siamo nella Nato e ospitiamo le basi Usa. Quindi, non c’è alternativa a renderci indipendenti sull’energia per poter poi decidere se essere uomini liberi fino in fondo nel malaugurato caso dovessimo mai trovarci in situazioni anche lontanamente paragonabili a quella ucraina.

 

Inutile dire che la guerra in Ucraina ha fatto forzatamente rivedere le priorità del nostro Paese, in modo molto più evidente che altrove. Il Covid, per esempio, è totalmente sparito dalle prime pagine dei quotidiani e dai titoli principali dei tg, allentando la cappa sanitaria che ci soffocava, e contribuendo dunque a farlo percepire come una malattia uguale alle altre: tutti noi, anche se non è più obbligatorio, manteniamo le mascherine in mezzo agli altri ma l’ansia è minore e oggi possiamo renderci conto di quanto la sovraesposizione che i media hanno fatto del virus sia stata fuori posto, eccezion fatta ovviamente per le fasi più dure della pandemia, quando a Bergamo servivano i camion militari (per inciso, allora ospitavamo anche a spese nostre di trasporto, vitto e alloggio una trentina di medici russi accompagnato da oltre settanta militari di Putin dai compiti, diciamo, poco chiari. Non a caso il capo della spedizione era il generale responsabile delle armi chimiche dell’esercito russo).

 

Ma le priorità che cambiano si vedono soprattutto dall’economia che tra costo dell’energia, materie prime che non si trovano o che hanno prezzi elevatissimi, ed inflazione che sale vede nero rispetto alle previsioni di crescita che anche quest’anno dopo il rimbalzo del 2021 si pensava sino ai primi di febbraio che potessero essere sostenute. Ora invece sarebbe già molto se evitiamo la crescita zero, sia pure per qualche decimale. Naturalmente, ogni ritardo sul Pnrr diventa ancora più colpevole, mentre siamo costretti a destinare 15 miliardi in più alla spesa militare. Inutile dire che gli squilibri italiani, a cominciare da quello tra Nord e Sud, necessitano di una cura doppia affinchè l’intero paese possa cercare di superarlo.

 

La guerra ovviamente ha restituito la classe politica italiana alla sua pochezza, e non è affatto un discorso qualunquista poichè siamo del tutto consapevoli del ruolo dei movimenti politici in una democrazia e se li giudichiamo male è perchè mai a nostra memoria la palude era stata così stagnante: Salvini appena ha messo il naso fuori dal cortile è stato (giustamente) sbugiardato dal primo sindaco polacco che ha incontrato. L’ottuagenario Berlusconi fa bene a sposarsi, sia pure per finta, ma poi coglie l’occasione per dire che il Salvini di cui sopra è un leader. Giorgia Meloni fa meno errori e guadagna qualche punto ma da qui ad essere in grado di presentare alle prossime elezioni una squadra di governo ce ne corre. L’unico che ha beneficiato della guerra paradossalmente è stato Giuseppe Conte, di cui ci sono state risparmiate (almeno in parte) le gesta tra i cinque stelle e il ricordo di quando voleva compiacere contemporaneamente Putin, Xi Ping e Trump e ci intratteneva con le dirette Facebook sugli affetti stabili. Enrico Letta ha mantenuto la scena con più dignità avendo meno da farsi perdonare perchè negli ultimi anni si era autoesiliato a Parigi. Siamo sicuri che le alleanze rimarranno quelle attuali o piuttosto le vicende di queste settimane faranno coagulare i poli più su affinità di politica estera? O saranno le scelte economiche non più rinviabili sull’indipendenza energetica a prevalere? O avremo una sorta di nuovo muro di Berlino, allo stesso modo in cui le macerie del primo si abbatterono sui partiti della Prima Repubblica?

 

E meno male che il premier Draghi dopo la parentesi delle elezioni per il Quirinale (quella dove si era inspiegabilmente trasformato da SuperMario a nonno) ha ripreso in mano con responsabilità e mano ferma il timone del governo, nonostante i suoi ministri tecnici siano assenti o non all’altezza dei tempi. Ma quando i suddetti tempi sono duri, quando la vita accanto a noi in Ucraina non vale più nulla, è la forza collettiva di un Paese, la sua spina dorsale che deve venir fuori non solo dalla volontà degli individui ma anche dalle reali condizioni strutturali di indipendenza e sovranità. E noi, come è ampiamente noto, non lo siamo sull’energia e sulla difesa e meno male che per moneta abbiamo l’euro. Fidiamo che il sacrificio degli ucraini di fronte all’aggressione russa serva ad aprirci gli occhi perchè, ripeto, la guerra è una cosa troppo seria e le scelte purtroppo devono essere nette perchè le conseguenze possono essere (e per l’Ucraina lo sono) devastanti.

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