Verso la Casa Bianca

Usa 2020, cosa succede da adesso all'Inauguration Day del 20 gennaio

Il presidente uscente, Donald Trump, non ammette la sconfitta mentre Joe Biden è già al lavoro. Ecco le prossime tappe per l’insediamento alla Casa Bianca

17 novembre 2020 19:41
Usa 2020, cosa succede da adesso all'Inauguration Day del 20 gennaio

Donald Trump continua a ignorare il consiglio del suo staff e della moglie, Melania, a riconoscere la vittoria del candidato democratico, Joe Biden. Chiuso nel silenzio, dopo un week end sui campi da golf in Florida, non ha ancora ammesso la sconfitta. Anche dai leader di Russia e Cina, però, tardano ad arrivare le congratulazioni al Presidente eletto degli Stati Uniti. “Su Trump aspettiamo il risultato ufficiale” fanno sapere. Proprio il tycoon sta ancora valutando la strada dei ricorsi, minacciati nei giorni scorsi, fino alla Corte Suprema. Ecco cosa potrebbe accadere su questo fronte e cosa prevede l’iter per l’insediamento ufficiale di Joe Biden alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2021 con l’Inauguration Day

 

I primi ricorsi e quelli annunciati

Nonostante la fine dello spoglio delle schede, il riconoscimento della vittoria di Biden da parte di Trump non è ancora arrivato. Al contrario sono fioccati i ricorsi, come quelli in Pennsylvania, dove però una corte dello stato ha già respinto la richiesta dello staff legale del tycoon di permettere a osservatori repubblicani un maggior accesso nei seggi. Niente da fare neppure nel Michigan, dove si voleva un “significativo accesso” alle procedure di conteggio dei voti o l’accorciamento dei tre giorni entro cui considerare valide le schede giunte per posta. In Georgia e Nevada già respinta la richiesta di fermare lo spoglio, ma nuovi ricorsi sul riconteggio delle schede possono rallentare l’iter previsto per l’insediamento del Presidente eletto.

 

Cosa succede da qui all’Inauguration Day

Procedere a un riconteggio dei voti è molto complesso e richiede diverso tempo, tanto da mettere a rischio il percorso consueto, che prevede queste tappe:

  • 8 dicembre, ossia il Safe Harbor Day: si tratta del giorno entro cui i voti devono essere necessariamente essere stati contati (o ricontati) e dunque vengono nominati i Grandi Elettori;

  • 14 dicembre: sono proprio i 538 Delegati (scelti dal candidato, repubblicano o democratico) a nominare il nuovo Presidente in base all’appartenenza al rispettivo schieramento. Nel caso in cui dovessero scegliere l’avversario (caso accaduto una sola volta nella storia degli Usa) sarebbero definiti “elettori infedeli” e vedrebbero presumibilmente finita la propria carriera politica;

  • Periodo di transizione: durante le cinque settimane successive avviene il trasferimento dei poteri, il “passaggio di consegne” tra la vecchia e la nuova amministrazione, attuato a un gruppo di incaricati che compone il Transition team;

  • 3 gennaio: alle ore 12 si insedierà il nuovo Congresso (117°), che entrerà in carica prima del 46° Presidente. Sarà composto da una maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti e una repubblicana (salvo sorprese) al Senato;

  • 20 gennaio: è l’Inauguration Day. Sempre a mezzogiorno il Presidente eletto inizia il proprio mandato con la cerimonia del giuramento a Capitol Hill, sede del Congresso Usa. Solitamente il rito avviene davanti ai predecessori, ma è molto in dubbio la presenza anche di Donald Trump.

 

Cosa succede in caso di ritardi

Cosa accadrebbe nel caso in cui non si rispettassero le tappe e in particolare la scadenza dell’8 dicembre? Entro quel termine Trump e i suoi legali dovrebbero presentare eventuali nuovi ricorsi, impedendo potenzialmente la nomina dei Grandi Elettori. Una sentenza della Corte Suprema, pronunciata sulla scia del caso Bush-Al Gore del 2000, prevede che siano i singoli Stati a poter indicare i Grandi Elettori nel caso di ritardi o emergenze e prescindendo dall’esito delle urne. Se davvero il Presidente uscente si ostinasse a non voler ammettere la sconfitta e ci si trovasse in una situazione di stallo a causa dei ricorsi, si dovrebbe invece ricorrere alla Camera dei Rappresentanti, che dovrebbe votare direttamente il nuovo capo della Casa Bianca. Ma si tratta di un caso alquanto remoto. E’ invece percorribile la strada verso la Corte Suprema, paventata da Trump? 

 

Si arriverà alla Corte Suprema?

Secondo gli esperti no, per una serie di motivi. Il primo è che la Corte Suprema federale sarebbe l’ultimo di una serie di passaggi, che potrebbero rivelarsi fallimentari per il tycoon. I ricorsi, infatti, dovrebbero prima essere presentati ai Tribunali dei singoli Stati, ma solo in presenza di prove concrete, che finora non sono state presentate e potrebbero non essere fornite. Solo in quel caso, successivamente si passerebbe alle Corti supreme, sempre dei singoli Stati contestati. Infine, si potrebbe approdare alla Corte Suprema federale, che potrebbe decidere di rifiutare la richiesta oppure di prenderla in esame. Ma anche questa ipotesi appare poco probabile: i giudici della Corte Suprema, seppure di nomina presidenziale come accaduto di recente con Amy Coney Barrett, restano in carica a vita. Questo presuppone che il loro mandato proseguirà anche dopo un futuro avvicendamento alla Casa Bianca, il che rende improbabile che vogliano esporsi in modo eccessivamente sbilanciato. 

 

Cosa fa Biden nel frattempo

Il Presidente eletto, intanto, dopo il primo discorso ufficiale nel quale ha richiamato all’unità del Paese, ha iniziato a lavorare al suo programma, a partire dalla creazione di una task force per l’emergenza sanitaria dovuta al Covid, che inizia il suo lavoro proprio oggi. Al momento negli Stati Uniti, i più colpiti al mondo dalla pandemia da coronavirus, si contano quasi 10 milioni di positivi. Secondo quanto trapelato finora, l’intenzione dell’amministrazione Biden è di riavvicinarsi alle istituzioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Ssanità, adottando un atteggiamento meno “negazionista”. 

I prossimi temi in agenda, invece, riguardano l’economia, con l’avvio di una fase di maggiore dialogo con i partner stranieri a partire dall’Europa sul fronte dei dazi; il clima con il ritorno negli Accordi di Parigi; la questione razziale, con una politica più distensiva che venga incontro alle richieste di movimenti come il Black Lives Matter

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