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2021: l'era della WebTax

Inno Genna: perché Brexit e Covid favoriranno la Web Tax europea 2021

Lockdown, e-commerce e profit shifting. Serve equa Digital Tax dell'Ue per tassare giganti del Web. Slitta al 2021, a che punto stanno i negoziati in Ue?

23 dicembre 2020 10:58
Inno Genna: perché Brexit e Covid favoriranno la Web Tax europea 2021

Con la pandemia covid-19, c’è stato un esponenziale aumento del commercio elettronico, ossia degli acquisti online. Le big Tech del settore hanno moltiplicato i fatturati, ma a scapito di chi vende sul mercato non-digitale. I Governi nazionali si trovano ora ad affrontare le conseguenze di una crisi che ha avuto questi effetti devastanti nella maggior parte dei settori, provvedendo anche a sovvenzionare chi sta chiudendola la propria attività o chi è sta rischiando il fallimento. In altre parole: è più che mai urgente, in questo periodo di lockdown, fornire l’adeguato supporto finanziario agli operatori tradizionali (esercenti, commercianti, ecc.) che altrimenti uscirebbero dal mercato.

 

Allo stesso tempo, l’autorità pubblica deve essere in grado di regolare le nuove tendenze e prevenire sviluppi futuri che possano scoraggiare l’equilibrio del sistema economico. Per esempio, tassando le corporate dell’e-commerce che godono di alta profittabilità attraverso le piattaforme Web. L’attuale crisi economico-sanitaria potrebbe allora rivelarsi l’occasione ideale - o il momento propizio - per percorrere questo tipo di scelte, rendendole decisioni di politica economico-fiscale. Durante la pandemia, infatti, la massa di ricchezza si è spostata verso la “nuvola”. Come risolvere questo problema di “spostamento della ricchezza” o, nel gergo tecnico, del profit shifting?

 

Per approfondire queste complesse questioni e comprendere come Brexit, coronavirus e WebTax dell’Ue siano strettamente collegate agli scenari che si stanno aprendo in materia di tassazione equa, The Italian Times ha incontrato Innocenzo Genna, giurista specializzato in politiche e regolamentazioni europee per il digitale, la concorrenza e le liberalizzazioni. Con oltre 25 di esperienza nel settore, Genna è un analista di riferimento a Bruxelles per quanti seguano questi delicati dossier di interesse globale. Vive nella capitale istituzionale d’Europa e vi svolge incarichi importanti di consulenza dal 2007. Attualmente, è attivo anche nel contesto della realtà associativa e fornisce assistenza ad operatori italiani e stranieri.

 

Per costruire una ripresa duratura tutti devono pagare la giusta quota di tasse”, così Paolo Gentiloni, Commissario Ue all’Economia, nel dare il via a un piano Ue per un’azione fiscale equa e di lotta dell’evasione e alle frodi. Si tratta di 25 azioni per rendere la tassazione più semplice, distribuirla meglio e adeguarla all’economia moderna. Ad esempio, ottimizzandone la conformità e riducendo gli oneri amministrativi, ed infine, contrastare anche il ricorso ai paradisi fiscali. Pilastro del pacchetto è la cooperazione amministrativa tra le autorità nazionali.

Avvocato Genna, consideriamo una delle ultime dichiarazioni del Commissario Gentiloni su come la congiuntura della pandemia covid-19 abbia impattato il business delle piattaforme online e l’e-commerce. Cosa emerge nel rapporto tra profittabilità e fiscalità per Lei che, in qualità di esperto, ne è attento osservatore?


Innocenzo Genna: “Pur trattandosi di un’immane tragedia umana ed economica, potremmo anche percepire il covid-19 come uno strumento di modernizzazione. Infatti, i vincoli causati dall’epidemia hanno spinto i soggetti più refrattari alla tecnologia, sia nella società che nella Pubblica amministrazione, a dotarsi di tool digitali, sperimentando nuovi servizi e nuove modalità di interazione. Ne è scaturito il boom delle piattaforme online, che hanno parzialmente fornito una soluzione al distanziamento fisco ed ai vari lockdown. Scuole, enti statali o locali ed imprese hanno appreso velocemente come muoversi su questi canali della ‘rete’. È presumibile che, se non ci fosse stato il coronavirus, non vi sarebbero mai riuscite, almeno in tempi così brevi. Per questo, si può dire che il ‘dramma-covid’ abbia avuto un effetto modernizzatore, se consideriamo che - ormai - l’accresciuta abilitazione tecnologica è acquisita e non si esaurirà dopo la fine dell’emergenza sanitaria. Ad un simile effetto refresh, per così dire, si potrebbe assistere anche dopo la fine del periodo di transizione della Brexit, in particolare se non ci sarà il deal. Tuttavia, questo processo di modernizzatore comporta, in ambito economico, dei pesanti danni collaterali.

 

Qui, arriviamo alla presa di posizione del Commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni: innanzitutto, le piattaforme online hanno prosperato, per lo più, a scapito di quegli esercizi commerciali tradizionali che non hanno potuto operare in regime di lockdown (e le cui perdite sono state parzialmente sostenute dallo stesso Stato); inoltre, molte transazioni, incluse quelle connesse al relativo reddito imponibile, si sono spostate dagli esercizi tradizionali verso le piattaforme online. È proprio su queste piattaforme virtuali, che i Governi nazionali - da sempre - faticano ad applicare una tassazione congrua. Di conseguenza, non solo si assiste al ridimensionamento dei commerci tradizionali, anche ad un effetto aggiuntivo: il presumibile calo degli introiti fiscali, un doppio danno sia per lo Stato che per i cittadini. Va notato che questo processo di trasferimento di ricchezza e di reddito imponibile verso le piattaforme online era in atto già da tempo, il coronavirus lo ha semplicemente aggravato.”

 

Qual è lo state of play delle politiche riguardanti la Digital o Web Tax e come si sta delineando questo dibattito a livello europeo, anche alla luce delle conclusioni del Summit Ue del 26 novembre scorso in cui Bruxelles ha parlato di proposte per una tassazione equa dei giganti digitali?


Innocenzo Genna: “Da tempo gli Stati europei cercano di trovare una soluzione al fatto che molte piattaforme online pagano meno tasse di quanto ci si potrebbe aspettare, tenuto conto dei rispettivi fatturati e quote di mercato. Dibattiti sono in corso sia ai tavoli delle istituzioni dell’Unione europea che in sede di OECD. Al di là di possibili fenomeni di elusione, è proprio il regime fiscale tradizionale che appare inadeguato a tassare efficacemente delle entità internazionali che basano la loro ricchezza su attività immateriali.

Alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia, si sono mossi con una loro WebTax nazionale, ma ognuno con modalità differenti. Si tratta di iniziative scoordinate e che singolarmente possono diventare obiettivo di rappresaglie da parte degli Stati Uniti, che sono ostili a questo tipo di prelievo fiscale perché la maggior parte delle grandi piattaforme online sono americane, le GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon), si parla infatti di GafaTax”.

 

A fine novembre 2020, Parigi ha introdotto questa tassa che colpisce i colossi di Internet da cui si stima arriveranno almeno 400 milioni di euro per fronteggiare la pandemia. Per il 2020, quindi, ad Amazon e Facebook è stata notificata l’imposta sui pagamenti. La tassa era stata “congelata” nella speranza che l’OCSE trovasse un accordo per un prelievo a livello internazionale. Ma visti i ritardi, l’Eliseo ha deciso di andare avanti con un percorso autonomo, vista la crescente pressione subita dalle finanze pubbliche.

È stato così? Ma con quali conseguenze? E quali i passi successivi?

 

Innocenzo Genna: “Il caso della Francia – che ha adottato la linea dura – ha posto il rischio di una crisi diplomatica con l’Amministrazione Trump proprio per i motivi che abbiamo appena visto. Come ha avvertito anche Jose Angel Gurria, Segretario generale dell’OECD, si rischia una nuova guerra commerciale con Washigton si temono ricadute economiche (esempio, nuovi dazi).

Un’armonizzazione della materia appare quindi necessaria, sia per sostenere il coordinamento che per dotare la WebTax di spalle più forti. Le conseguenze dell’emergenza covid hanno provocato un’accelerazione del dibattito. Ma siccome non si riesce ad arrivare ad una soluzione condivisa in sede OCSE, le istituzioni europee stanno ora pensando di creare una Digital Tax europea che, divenendo parte delle risorse proprie dell’Unione, andrebbe a finanziare i piani di recupero economico (tra cui il Recovery Fund o NextGenerationEU). Così, per ricollegarci al summit del 26 novembre, il Consiglio europeo ha chiesto alla Commissione Ue di presentare nel primo semestre del 2021 una proposta di prelievo digitale, in vista della sua introduzione - al più tardi - entro il 1° gennaio 2023, tenendo anche conto delle negoziazioni in corso in sede OECD."

 

Quali potrebbero essere gli ostacoli per il raggiungimento di un accordo?


Innocenzo Genna: “Il problema è che la tassazione diretta è una questione di competenza nazionale degli Stati membri e pertanto ogni decisione presa ai tavoli dell’Ue è soggetta all’unanimità. Peraltro, Paesi come Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Cipro e Malta hanno fatto della tassazione diretta uno strumento flessibile per attrarre aziende sul loro territorio. Irlanda e Lussemburgo sono le mete preferite delle piattaforme online americane. Pertanto, fino ad ora, non è stato possibile trovare l’intesa a Bruxelles, appunto perché per alcuni Governi gli accordi fiscali con le imprese internazionali (i tax ruling) sono un vero e proprio business. Nel corso degli anni passati, Magrethe Vestager, Commissaria Ue responsabile di questi dossier per conto del Collegio, ha tento di attaccare i casi più conclamati applicando le norme europee sugli aiuti di Stato a determinati tax ruling - celebri i casi contro Irlanda/Apple e Lussemburgo/Amazon. Si tratta però di un meccanismo lungo e complesso, per di più soggetto a revisione giurisdizionale. Pertanto, una soluzione efficace sarà possibile solo con un accordo tra tutti e 27 gli Stati europei. Il negoziato è già slittato al 2021, se ne continuerà quindi a parlare da qui a poco”.

 

Che cosa potrebbe facilitare il raggiungimento di un accordo?


Innocenzo Genna: “Innanzitutto la Brexit, poiché il Regno Unito era l’unico grande Paese che si opponeva per principio all’armonizzazione fiscale. Quindi, la sua dipartita faciliterà il consenso tra i 27. Inoltre, la creazione della Digital Tax europea, che la Commissione intende usare per curare gli squilibri economici all’interno dell’Unione così come i danni del covid-19, dovrebbe erodere il terreno delle WebTax nazionali nonché favorire il processo di dialogo per convincere gli Stati più refrattari, in modo tale che questi vi inizino ad intravvedere un vantaggio per le loro economie.”

 

Si tratta di una problematica riservata alle sole attività Internet, oppure tocca elementi importanti che si estendono alla fiscalità delle multinazionali?


Innocenzo Genna: “È un problema che riguarda le multinazionali in generale, anche se la situazione si è aggravata con le piattaforme online globali. Da sempre, le multinazionali escogitano sistemi complessi con cui disegnano risorse e flussi di cassa in modo da pagare meno tasse possibile. Si tratta di meccanismi non sempre impeccabili, ed infatti, di recente la Commissione ha investigato, tra gli altri, i casi di FIAT e Starbucks.

Al di là dei casi specifici, vi è un problema di concorrenza tra multinazionali ed imprese nazionali (queste ultime ubicate in un solo Paese, nonostante restino delle forti esportatrici): grazie alla loro galassia di filiali, le grandi corporate possono selezionare il Paese con la tassazione più favorevole. Non è la stessa cosa per le imprese nazionali (spesso sono PMI) che invece devono pagare tutte le loro tasse nel Paese di stabilimento, a prescindere dalla convenienza.

Questo sistema iniquo ha resistito fino ad ora perché quasi tutti avevano le loro multinazionali da difendere. Ma ora che le piattaforme online globali (per lo più statunitensi) hanno esagerato e fatto saltare il sistema, è venuta meno l’accondiscendenza dei maggiori Governi dell’Ue (Germania, Francia, Italia e Spagna). Questi ora dovranno vedersela con la resistenza dei più piccoli che hanno costruito dei mini-paradisi fiscali per i giganti del Web”.

 

 

Ritratto “eclettico”: diritto, Europa, digitale e musica

L’Avvocato Innocenzo Genna è originario delle Marche (Recanati). Oltre che di regolamentazione europea, è giurista delle telecomunicazioni, di Internet e dei dati in un contesto professionale internazionale, ma a contatto quotidiano con le principali istituzioni europee, stakeholder e uffici di rappresentanza a Bruxelles. Nel 1992, ha conseguito il Master in Diritto europeo presso il Collegio d’Europa a Bruges (Belgio), con una tesi sul diritto comunitario e le privatizzazioni. L’anno successivo è stata la volta del Diplome superieur en droit comparè dell’Università di Strasburgo (Francia).

Dopo aver ricoperto incarichi apicali in studi internazionali apicali e nel settore corporate in Italia ed all’estero, è stato nominato Presidente dell’ECTA, l’Associazione europea degli Operatori alternativi di Telecomunicazioni, ruolo che ha detenuto fino al 2009. Attualmente è Consigliere di Amministrazione in organizzazioni europee come Euroispa, MVNO Europe ed European Internet Foundation. È co-fondatore di Digit@lians, il network dei professionisti italiani attivi nel digitale. Gestisce il blog professionale Radiobruxelleslibera ed è anche compositore di musica contemporanea che esegue al pianoforte. Non serve specificare che, data l’eccezionale expertise, Genna condivide il suo repertorio sulle grandi piattaforme, sia in streaming (Spotify, iTunes, ecc.) che sui Social (YouTube, SoundCloud).

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