Le liti nel governo

Recovery Plan, perché Renzi minaccia di uscire dal governo Conte

Bellanova e Bonetti pronte a dare le dimissioni. Anche nel Pd c’è scontento. Il premier, accerchiato da maggioranza e opposizione, prende tempo e rinvia

9 dicembre 2020 15:14
Recovery Plan, perché Renzi minaccia di uscire dal governo Conte

Adesso che sulla riforma del Mes l’intesa è raggiunta - con Italia Viva che firma la risoluzione di maggioranza e la crisi dei ‘frondisti’ cinquestelle che rientra (anche se il Movimento continua a perdere pezzi) - per Palazzo Chigi resta da superare lo scoglio della governance del Recovery Plan. Su cui non c’è intesa: Renzi non cede e minaccia di far mancare l’appoggio dei suoi al governo “se il premier non ritira la norma sulla task force”.

 

IV: esautoramento del ruolo dello Stato

Ci pensa la ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, a chiarire il punto: il progetto del premier “darebbe il via libera ad una sorta di esautoramento delle funzioni e del ruolo dello Stato”, spiega. La task force di Conte “commissaria i ministeri, la pubblica amministrazione e le Regioni. Assegnando rilevanti poteri sostitutivi a sei responsabili di missione che verrebbero scelti esclusivamente sulla base di conoscenza personale, e a altri trecento tecnici individuati con lo stesso metodo e liberi da quelle responsabilità che costituzionalmente sono in capo alla pubblica amministrazione”. Dunque, da Italia Viva nessun passo indietro. Anzi, la ferma decisione ad andare fino in fondo. Renzi costringe il premier a prendere tempo. Il voto in Consiglio dei ministri sulla struttura, con cui l’Italia dovrebbe gestire 209 miliardi di euro tra prestiti e finanziamenti, è congelato. 

 

I dubbi del Pd

Perplessità albergano anche al Nazareno. Il triunvirato, ad esempio. La cabina di regia affidata a Conte e ai ministri Patuanelli e Gualtieri non convince una parte dei democratici. Così come la scelta di super manager e tecnici completamente al di fuori dall’amministrazione dello Stato. A preoccupare è anche lo scarso coinvolgimento delle parti sociali e un accentramento eccessivo di poteri nelle mani di Palazzo Chigi. E’ duro il capogruppo dei deputati dem, Graziano Delrio. Serve “un vero coinvolgimento del Paese” dice in aula rivolgendosi direttamente al premier, che ha appena fatto le sue comunicazioni in vista del Consiglio europeo di domani e dopodomani. “Serve che lei presidente chiami a Palazzo Chigi i sindacati, le imprese, le Regioni e i Comuni. L'importante è non esautorare i poteri che già ci sono e non commissariare il Parlamento, perché è qui che si esprime la volontà popolare”. E richiama l’immagine di papa Francesco che prega da solo sotto la pioggia. “Quella immagine deve essere evocativa. Seve umiltà, ascolto, capacità di essere con orecchio attento a un Paese che sta soffrendo”.

 

Le critiche dei giuristi 

Critiche alla proposta di governance di Conte si levano anche da una parte del mondo dei giuristi e degli economisti. Di “modello di gestione del Piano basato su una struttura di missione parallela alla Pa” parla Carlo Cottarelli. E Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale: “si verrebbe ad istituire una struttura tra terra e cielo, in una no man’s land, ispirata ad aperta sfiducia nell’amministrazione dello Stato”.  Intanto, l’opposizione attacca e accusa Palazzo Chigi di non avere “una visione del Paese”. Maria Stella Gelmini di Forza Italia sottolinea che “errori sul Recovery Fund l’Italia non può permetterseli”. “Le linee del piano Next Generation Italia, di cui si è appreso dalla stampa e non da un intervento del premier in Parlamento”, dichiara, “appare come un insieme di buone intenzioni e di progetti confusi affidati ad organismi pletorici. Non è così che si costruisce un progetto credibile”.

 

La posta in gioco di Renzi

Il premier difende il suo progetto. Ma sa anche che se si dovesse dimostrare inamovibile la crisi di governo potrebbe essere dietro l’angolo. La tenuta della maggioranza dipende da quanto sarà disposto a modificare il decreto sulla maxi struttura che gestirà risorse e progetti. E da quello che concretamente si aspetta Renzi, che per il momento ha rinunciato al rimpasto ma che non si accontenta di un ruolo marginale nella compagine di governo. Le ultime prove di forza, prima sul Mes e ora sul Recovery Fund, sono il segnale che il senatore di Rignano non ha la minima intenzione di dare carta bianca a un premier che ascolta solo M5S e Pd. Conte è costretto a una battuta di arresto. E non è un bel segnale che arriva a Bruxelles. ?

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