John Bolton e gli errori da non fare da consigliere di Trump

Mai essere più realisti del re. E così tutto finisce in un duro best seller sullo studio ovale e sulla replica acida del tycoon: “Sei un fallito”

29 giugno 2020 13:29
John Bolton e gli errori da non fare da consigliere di Trump

Ritratti (poco) diplomatici

 


Nelle prime puntate di questa rubrica avevamo delineato i profili di alcuni consiglieri di leader politici e diplomatici di spicco cercando di illustrare come dovrebbe essere la figura di un valido advisor del “capo” in tema di affari internazionali. Oggi cerchiamo invece di fare il contrario, sottolineando quali errori e comportamenti andrebbero evitati per non rischiare di incorrere in licenziamenti o allontanamenti verso altri incarichi.

 

L’assist è fornito dall’attualità di queste settimane, grazie alla recente uscita del libro di memorie di John Bolton, ex consigliere per la Sicurezza Nazionale di Donald Trump (uno dei quattro ad aver coperto questa carica, nominati e poi “colpiti e affondati” nel giro di pochi mesi dal volubile Presidente). Bolton ha un curriculum invidiabile in ambito internazionale e di politica estera: da sempre attivo nell’orbita repubblicana, ha servito numerose amministrazioni statunitensi, a partire da ruoli di spicco nel Dipartimento di Stato già durante la Presidenza Reagan negli anni Ottanta del secolo scorso. Ricordo di averlo incrociato diverse volte a Palazzo Chigi nei primi anni Duemila quando, durante il primo mandato di George W. Bush junior, Bolton era Sottosegretario di Stato per il controllo delle armi e la sicurezza internazionale. Le sue posizioni in politica estera estremamente risolute (il classico “falco” fautore dell’interventismo contro i regimi “ostili” agli USA nelle varie parti del mondo) sono sempre state chiare e manifeste, e non posso dimenticare come in quegli anni fosse un fautore deciso della guerra in Iraq che portò (anche attraverso la presentazione di prove inventate) all’abbattimento del regime dittatoriale di Saddam Hussein.


Non interessa però in quest’occasione entrare nel merito delle idee di Bolton: condivisibile o meno, la sua visione del mondo fa parte di quella galassia che coincide in parte con il bacino di voti che ha portato Trump alla sua sorprendente elezione nel 2016. Mi sembra invece più interessante sottolineare gli errori compiuti sia dal Presidente sia da Bolton stesso. Da un lato, una personalità egocentrica come quella di Trump ha portato il tycoon newyorkese a nominare come membri del suo staff individui troppo accondiscendenti con i suoi desiderata – i classici yesmen preoccupati solo a come compiacere il capo – oppure troppo simili a lui per carattere testardo e intransigente. Dall’altro, Bolton ha interpretato la retorica “dura” del proprio capo in maniera fin troppo eccessiva, finendo per diventare “più realista del re” e proporre azioni in politica estera giudicate esagerate ed insostenibili persino da Trump. Al di là delle schermaglie verbali e della carenza di tatto diplomatico dell’attuale Presidente, imbarcarsi in campagne militari volte a favorire il cambio di regime in Siria, Iran, Turchia, sarebbe stato molto rischioso e anche in parziale contraddizione con la retorica trumpiana che si è risolta in un sostanziale disimpegno degli Stati Uniti dal resto del mondo rispetto all’interventismo che era stata invece la cifra della Presidenza Bush.


Si è arrivati così in un anno e mezzo ad un addio, mai digerito da Bolton. Che infatti non le ha mandate a dire al suo ex datore di lavoro pubblicando il saggio “The room where it happened” (“La stanza dove è successo”), riferendosi chiaramente allo Studio Ovale della Casa Bianca dove venivano assunte tutte le decisioni. A dire il vero, il ritratto che emerge di Trump non è poi così sorprendente: al netto di toni che ovviamente non sono lusinghieri, emerge un Presidente poco esperto di affari internazionali ed estremamente volubile. E, come c’era da aspettarsi, neppure la risposta di Trump si è fatta attendere, con Bolton che è stato definito “un fallito, finchè non l’ho riportato in auge”. E, se vogliamo dirla tutta, anche l’uscita di questo libro, che venderà sicuramente molte copie ma forse non aggiungerà molto alla nostra conoscenza del “personaggio” Trump, era abbastanza prevedibile, e solleva qualche perplessità il fatto che Bolton abbia preferito non testimoniare in occasione dell’apertura della procedura per impeachment verso il Presidente e si sia invece deciso a “vuotare il sacco” attraverso un libro bestseller.


Insomma, tra vendette e convenienze personali, questa vicenda ci dimostra come non si dovrebbe comportare un valido consigliere. Ad esempio, al contrario,  il Presidente Berlusconi e il sottoscritto eravamo caratterialmente molto diversi l’uno dall’altro, ma riuscimmo ad instaurare un’ottima relazione professionale. La giusta distanza e differenziazione dal proprio capo, così come la capacità di dissentire da proposte avventate o non realizzabili, sono caratteristiche fondamentali per poter andare d’accordo e lavorare bene insieme. 

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